Scongiurare le guerre per l’accesso all’acqua

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Più che la Giornata mondiale dell’acqua, il cui rito si celebra ogni anno, le tragiche immagini provenienti dall’Ucraina e i servizi dei corrispondenti testimoniano il bisogno di acqua per l’umanità. Non a caso le guerre puntano a tagliare le risorse  vitali delle popolazioni che dovrebbero essere assicurate in qualunque circostanza in quanto Beni Comuni resi disponibili a tutti dalla Natura.

Guerre, pandemia e altri eventi catastrofici non possono distoglierci dalla consapevolezza che  lo sfruttamento delle fonti idriche è in costante aumento a causa del loro uso eccessivo e spesso irrazionale, dei cambiamenti climatici che causano siccità ricorrenti, dell’inquinamento ambientale.

L’innalzamento del livello dei mari provoca infiltrazioni di acqua salata nelle falde acquifere costiere, mentre sono sempre più minacciate dall’esaurimento, anche perché lontane dai nostri occhi, le falde sotterranee. Queste ultime sono la nostra maggiore fonte di alimentazione dei sistemi idrici che sostengono la fornitura di acqua potabile, dei sistemi sanitari, dell’agricoltura, industria e degli ecosistemi. Tuttavia  – avvertono le Nazioni Unite – il 20% di esse non risulta sfruttato in giusta misura nel mondo.

In molti luoghi, poi, non si conosce la quantità di questa preziosa risorsa rinchiusa nelle rocce e nei terreni. Gli Stati dovrebbero porsi l’obiettivo di organizzare il monitoraggio permanente e almeno il controllo e le analisi delle risorse idriche sotterranee per garantirne le salvaguardia e la oculata gestione, al fine di porre solide basi al tanto auspicato (a parole) Sviluppo Sostenibile.

Un recente studio dell’Istituto Superiore per la Ricerca e Protezione Ambientale ISPRA ha contato nel nostro Paese 1.052 corpi idrici sotterranei, molto diversi tra loro per caratteristiche geochimiche e idrologiche, quindi con risposte non uniformi alle pressioni a cui sono sottoposti. Solo il 58% è classificato in stato chimico “buono” prevalentemente nelle aree montane o poco esposte alla contaminazione, mentre il restante è “scarso”, eufemismo per segnalare presenza di sostanze inorganiche improprie, metalli e pesticidi, oppure “non classificato” per ben 183 corpi idrici ubicati prevalentemente in alcune regioni del Centro e del Meridione d’Italia, Sicilia compresa.

Negli anni scorsi, il portoghese Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha posto con forza l’obiettivo di sensibilizzare Istituzioni e opinione pubblica sull’importanza di ridurre gli sprechi e consentire l’accesso a tutti della risorsa idrica pulita: “Un ciclo ben gestito che includa acqua potabile, governance transfrontaliera, servizi sanitari, igiene, acque reflue significa difesa contro le epidemie e la privazione di dignità di esseri umani, oltre che la risposta alle sfide che vengono da un clima che cambia e dallo sviluppo di  un ambiente da preservare sano. Purtroppo non siamo ancora in grado di garantire a ognuno l’accesso ad acqua e servizi sanitari entro il 2030, come delineato negli obiettivi di Sviluppo Sostenibile. E’ vero che son stati fatti progressi, ma dobbiamo quadruplicare i nostri sforzi per conseguire in tempi ragionevoli l’accesso universale”.

Un rapporto UNESCO del 2019 presenta il conto delle guerre combattute nel mondo per l’”oro blu”: tra il 2000 e il 2009, ne sono state censite 94. Tra il 2010 e il 2018, si è arrivati a 263. “Se non si riesce ad invertire questa tendenza, con l’aumentare delle popolazioni nelle zone povere del mondo e l’inasprirsi delle conseguenze dei cambiamenti climatici, in futuro sempre più conflitti per l’accesso all’acqua infiammeranno il pianeta”.

Si può davvero rischiare di considerare questa una prospettiva degna della Umanità del XXI secolo?

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