Nuove aree marine protette

0
109

Altri (piccoli) passi verso la tutela del territorio- di Vincenzo Iommazzo- 

Sardegna  Campania e Basilicata possono rallegrarsi per una buona notizia che arriva dal Ministero dell’Ambiente all’inizio di quest’anno. Si tratta dell’avvio dell’iter che istituisce le quattro aree marine protette di Capo Spartivento (Cagliari), Isola di San Pietro (Carbonia-Iglesias), Costa di Maratea (Potenza) e Capri (Napoli). Quest’ultima località funge da apripista, in quanto già alla fine di dicembre del 2019 è stata istituita l’Area Marina Protetta e subito dopo è stata inviata la perimetrazione ai sindaci di Capri e Anacapri. Due milioni di euro sono stati stanziati complessivamente per finanziare l’avvio delle opere nei quattro Comuni nell’anno in corso, oltre a 600mila euro dal 2021 per sostenere in parte le spese di gestione.

Inoltre, con il nuovo anno è entrata in vigore una riorganizzazione del Ministero che affida ad una nuova Direzione generale per il mare e le coste il compito di tutelare l’ambiente marino e governare i processi partecipati della blue economy.

Il ministro Sergio Costa ha scritto in un post su Facebook: “La tutela del nostro mare e la nascita  di nuove aree marine protette è un segnale importante per il bene del Paese, la sostenibilità ambientale e il futuro di tutti noi. In questo si inserisce la legge Salvamare, da approvare presto al Senato dopo il primo sì della Camera incassato ad Ottobre 2019, che consente finalmente ai pescatori di portare a terra la plastica accidentalmente finita nelle reti. Finora erano costretti a ributtarla in mare perché altrimenti avrebbero compiuto il reato di produttori e di trasporto illecito di rifiuti e avrebbero dovuto anche pagare per lo smaltimento.

Tuttavia c’è da considerare che il percorso per giungere ad un pieno funzionamento di un’Area Protetta in Italia non è semplice. Occorre innanzitutto disporre di un aggiornato quadro di conoscenze sull’ambiente naturale d’interesse, oltre ai dati necessari sulle attività socio-economiche che si svolgono nell’area, avvalendosi all’occorrenza di istituti scientifici, laboratori ed enti di ricerca. Successivamente si può avviare l’istruttoria istitutiva al fine di delineare una proposta della futura area marina protetta che ne rispetti le caratteristiche naturali e socioeconomiche, arricchendo l’indagine conoscitiva con sopralluoghi mirati e con confronti con gli Enti e le comunità locali.

Sullo schema di decreto vengono poi sentiti la Regione e gli Enti territoriali interessati all’istituenda area protetta, per l’ottenimento di un ampio consenso locale. Infine, occorre acquisire il parere della Conferenza Unificata su tale schema di DM. A questo punto, il Ministro dell’ambiente, d’intesa con il Ministro del tesoro, procede all’effettiva istituzione dell’area marina protetta, autorizzando anche il finanziamento per far fronte alle prime spese relative all’avviamento del nuovo soggetto.

A fronte di questo defatigante percorso, spesso contrastato da interessi di vario genere, la popolazione acquisisce uno strumento che consente di preservare l’ambiente, in particolare la flora, la fauna e la geologia e di rendere impossibile o limitare attività che possano in qualche modo danneggiare o snaturare le fasce costiere delle località interessate.

In Italia le aree marine protette sono suddivise tipicamente in tre parti: la zona “A” è di maggior tutela e in essa non è possibile svolgere alcuna attività, neanche il transito o la balneazione a meno che non siano di carattere scientifico o di controllo. Le altre due zone “B” e “C” sono fruibili, ma con limiti alla pesca, alle quantità prelevabili, agli attrezzi utilizzabili (per es. è proibita la pesca subacquea con fucili) e alla velocità di transito, quasi sempre dietro permessi rilasciati dalla direzione della Riserva. Vengono promossi ed effettuati, invece, piani di studio, ricerca e ripopolamento, abbinati a programmi didattici ed educativi che permettano la maggiore conoscenza e sensibilità nei confronti della natura, soprattutto da parte dei giovani.

Resta molto da fare. “Le aree del Mediterraneo a vario titolo protette che hanno propri piani di gestione sono il 2,48% e quelle che hanno piani che assicurano una gestione efficace sono l’1,27%  – ha documentato il WWF -. L’Italia non si discosta dal poco confortante quadro generale, considerato che la gestione viene effettivamente implementata solo nell’1,67% delle nostre acque marine”.

C’era anche l’impegno dei Paesi del bacino a creare entro il 2020 una rete di aree protette, ma ciò non è avvenuto perché tutti hanno problemi di bilancio. In ogni caso va diminuendo il pregiudizio negativo verso le zone protette che impedirebbero ogni attività, a fronte di una maggiore consapevolezza dell’impulso verso una maggiore qualità della vita e verso una economia sana che assicura sostenibilità ambientale e futuro alle nuove generazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui