Mari più puliti con la Legge Salvamare

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Dopo un iter avviato nel 2018 dall’allora ministro dell’Ambiente Sergio Costa, finalmente a giugno scorso è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la cosiddetta “Legge Salvamare” recante Disposizioni per il recupero dei rifiuti in mare e nelle acque interne e per la promozione dell’economia circolare.

Viene sanata una paradossale situazione per la quale, precedentemente, i rifiuti trovati accidentalmente in mare erano equiparati a rifiuti “speciali” per i quali sono previste modalità di conferimento e rendicontazione specifiche, oltre al pagamento di una imposta. Ai pescatori che si imbattevano in essi, non restava altro che rigettarli in acqua per non rischiare di violare la legge.

Ora, invece, chi recupera plastica nel mare, ma anche nei fiumi e nei laghi, può portarla in porto, dove le Autorità portuali sono tenute a predisporre isole ecologiche per accogliere i rifiuti e avviarli al riciclo. L’operazione è assolutamente gratuita per il pescatore che la effettua, i costi di gestione vengono spalmati sulla collettività nazionale, aggiungendosi alla tassa o tariffa sui rifiuti.

Nel caso di ormeggio dell’imbarcazione in aree non di competenza di un’Autorità di sistema, il Comune di riferimento dispone, in prossimità degli ormeggi, apposite strutture di raccolta, anche temporanee, nelle quali sversare i rifiuti portati a terra (legge n.84 del 28 gennaio 1994 – riordino della legislazione in materia portuale).

Misure premiali nei confronti del comandante del peschereccio sono da individuare con un decreto apposito entro quattro mesi dalla entrata in vigore della legge Salvamare. Anche per gli imprenditori ittici che utilizzano materiali di ridotto impatto ambientale, partecipano a campagne di pulizia o conferiscono rifiuti accidentalmente pescati, è previsto un riconoscimento (escluse ahimè “provvidenze economiche”) attestante il rispetto per l’ambiente e la sostenibilità della propria attività di pesca.

Dalle associazioni ambientaliste che si sono spese negli anni per la difesa del mare giungono proposte per migliorare l’operatività della legge. Si parla di stanziare fondi per i Comuni e sgravi fiscali per i pescatori in funzione di quanti rifiuti portano a terra, nonché prevedere un minimo di rimborso spese per i pescatori che vadano a raccogliere rifiuti nei giorni che non escono per la pesca. Le stesse associazioni calcolano che in 10 anni potremmo essere liberati da 30mila tonnellate di rifiuti.

La legge autorizza inoltre una spesa di 2 milioni di euro per ciascun anno 2022, 2023, 2024 a favore delle Autorità di bacino che programmino misure sperimentali dirette alla cattura di rifiuti galleggianti nei corsi d’acqua.

E’ posta attenzione anche agli impianti di desalinizzazione la cui realizzazione deve essere sottoposta alla preventiva Valutazione di Impatto Ambientale, al fine di tutelare l’ambiente marino e costiero.

Sono promosse campagne di pulizia da parte, tra l’altro, di enti gestori delle aree protette, associazioni ambientaliste, associazioni e cooperative di pescatori, gestori di stabilimenti balneari, centri di immersione e di addestramento subacqueo.

Il Ministero dell’Istruzione viene impegnato a promuovere nelle scuole attività di educazione volte a rendere consapevoli gli alunni dell’importanza della conservazione ambientale, delle corrette modalità di conferimento dei rifiuti e del riuso degli stessi, anche con riferimento alla riduzione della plastica nella vita quotidiana.

Ci siamo accorti (non è mai troppo tardi) che il mare va salvato e che occorrono strumenti normativi per compiere passi avanti nel percorso che porta all’obiettivo. Non basta, però,  raccogliere rifiuti dopo che sono stati prodotti senza il rispetto del patrimonio naturale a disposizione: la transizione ha bisogno di una accelerazione consapevole verso il formarsi di una robusta e crescente cultura ecologica che rifiuta la produzione dissennata di rifiuti e tiene conto delle tre R: riduzione, raccolta differenziata, riuso.

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