Mangiamo e respiriamo plastica

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Evitare il convitato di plasrtica- di Vincenzo Iommazzo-

Victoria, sull’isola di Vancouver, una delle più belle città della costa occidentale del Canada, è famosa e premiata non solo per il turismo, ma anche per le vacanze-studio e per eccellenti scuole di varie discipline frequentate da docenti e studenti provenienti da tutte le parti del mondo.

Nella sua Università è stata condotta dal gruppo coordinato dal Ph.D Kieran Cox una rigorosa ricerca sulla contaminazione del corpo umano pubblicata sulla rivista Environmental Science & Tecnology, che ha preso i dati da 26 studi precedenti misurando la quantità di microplastiche nel pescato (pesci e crostacei), nello zucchero, nel sale, nella birra e nell’acqua, oltre che nell’aria di alcune città.

Ne scaturisce uno scenario sconcertante: in un anno il consumatore medio non solo ingerisce fino a 50mila particelle (dimensioni inferiori a 5 mm.) di microplastica, aspetto su cui concordano altre fonti, ma ne respira la stessa quantità. Le conclusioni sono ancora più allarmanti se si considera che la campionatura è stata eseguita su una percentuale intorno solo al 15% dei cibi assunti normalmente.

E’ come mangiare una carta di credito a settimana, chiosa il WWF in base alle conclusioni di una ricerca commissionata dall’ Associazione all’Università australiana di Newcastle. La maggiore quantità di particelle di plastica ingerite proviene dal consumo di acqua in bottiglia e da molluschi, veri e propri filtri del mare, generalmente consumati interi, senza tenere conto della contaminazione.

Ritornando all’Università canadese, l’acqua in bottiglia rilascia nel corpo 130mila particelle annue, contro le 4mila ingeribili bevendo acqua da rete idrica. Ma le fonti della microplastica sono illimitate, oltre a quella che respiriamo nell’aria, perfino in casa siamo circondati da elementi che si staccano dagli oggetti comunemente in uso, dalla polvere, dal nylon o dal poliestere degli abiti.

Ancora, il WWF associa l’enorme diffusione delle particelle inquinanti con l’incremento di produzione avvenuto negli ultimi vent’anni: dal 2000, la plastica prodotta in tutto il mondo è stata pari a quella immessa sul mercato nei 50 anni precedenti, a partire dall’ invenzione di questo materiale da parte dell’italiano Giulio Natta nel 1954. Di questa enorme quantità, almeno un terzo è disperso nell’ ambiente.

Per quanto concerne i rischi per la salute umana, non si è ancora giunti a definire le quantità di particelle da considerare nocive per l’organismo, anche se è stato accertato quanto dannoso sia questo materiale per la salute dell’ecosistema, considerando che la plastica impiega molti anni a disciogliersi (dove finiscono le molecole?) e può essere ingerita soprattutto dalla fauna ittica, provocando problemi e spesso la morte per soffocamento degli animali.

Secondo studi del 2017, la situazione è da considerare allarmante e viene consigliato di affrontare il tema con rimedi risolutivi come il bando di questo materiale entro tempi relativamente brevi e il cambiamento strategico degli stili di vita dannosi per la salute del pianeta.

Nell ’immediato i cittadini possono collaborare sforzandosi di effettuare lo smaltimento in maniera corretta e rinunciando ad abbandonare rifiuti dappertutto.

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