Lo sguardo oltre le dodici miglia

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Domenica 17 aprile – Referendum Trivelle-

Adagiata tra verdi colline, attraversata dal fiume Kamo, la “città dei mille templi”, Kyoto, antica capitale del Giappone e sito protetto dall’Unesco, ospitò nel lontano 1997 la Conferenza COP3 a seguito della quale fu sottoscritto il primo significativo (e sofferto) accordo internazionale per contrastare il riscaldamento climatico, già allora individuato come preoccupante problema ambientale dell’era moderna.

Diciotto anni dopo, e anche diciotto numeri consecutivi dopo, la COP21 di Parigi, ha promosso un accordo tra i 196 paesi presenti, tra cui l’Italia, per contenere l’aumento della temperatura globale del pianeta al disotto dei 2°C.

Per i sostenitori del SI questa è la vera posta in gioco del referendum, vale a dire la spinta verso un cambio di rotta rispetto alle scelte che privilegiano i combustibili fossili piuttosto che le energie rinnovabili.

Il fronte del NO sostiene invece la convenienza di sfruttare fino in fondo i giacimenti di petrolio e di gas per non svalutare gli investimenti sostenuti nella ricerca delle aree produttive e nella realizzazione degli impianti di estrazione.

Ma quali sono i numeri in discussione?

Si tratterebbe di circa l’uno per cento del petrolio e circa il tre per cento del gas utilizzato in Italia, per cui anche una cospicua corrente di astensionisti ritiene che non valga la pena aver impegnato un referendum per così poco.

Non basta, emergono altri aspetti, trascurati in un primo tempo.

Le associazioni ambientaliste mettono in evidenza che il greggio estratto resta di proprietà della società concessionaria che è libera di venderlo anche a clienti fuori d’Italia, mentre agli enti pubblici vanno le royalties che sarebbero le più basse del mondo e agevolate ulteriormente da una franchigia.

Le società non pagano nulla se producono meno di cinquantamila tonnellate di petrolio in mare. Da qui sorgerebbe la convenienza di estrarre quantità di greggio sotto soglia per un tempo quanto più lungo possibile.

Il fronte del NO, un po’ in difficoltà per i recenti fatti di Basilicata, alza il vessillo dell’occupazione calcolando diecimila posti di lavoro a rischio e sostiene che il livello di sicurezza della filiera e attorno alle piattaforme è alto, prova ne sia la bassissima percentuale di incidentalità.

Non sono d’accordo gli ambientalisti del SI che parlano di percentuale significativa di contaminazione dei campioni prelevati attorno alle piattaforme e del rischio occupazione per la pesca e il turismo, settori che andrebbero invece valorizzati da un ambiente pulito ed ecosostenibile.

Ai cittadini che si recheranno alle urne la responsabilità di entrare nella cabina referendaria avendo come orizzonte, nell’uno o nell’altro caso, una visione molto oltre le “12 miglia”.

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