La tutela del mare ora è un dovere

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Il lockdown ha contribuito a “pulire” l’ecosistema- di Vincenzo Iommazzo-

L’angosciante lockdown mondiale di cui ancora non si vede la fine e i timori suscitati dal manifestarsi della violenta pandemia che stiamo attraversando, potrebbero motivare  cittadini e istituzioni a riconsiderare il rapporto con la natura e a spingere per una visione decisamente più sostenibile dell’ambiente in cui viviamo.

In particolare le scene dei delfini danzanti nei mari vicino alle coste e dei polpi in arrampicata sulle banchine dei porti hanno fatto capire che un mare pulito può ripristinare rapidamente le proprie caratteristiche ecologiche a vantaggio della specie umana.

Vale la pena ricordare che il mare copre più del 70% della superficie terrestre ed ospita fondamentali habitat e forme di vita in stretta connessione con l’alimentazione e la salute delle popolazioni. Molti però sono abituati a considerare la vasta distesa acquatica una pattumiera comoda ed inesauribile nella quale sversare rifiuti di ogni tipo direttamente o indirettamente attraverso fiumi e scarichi abusivi.

I rifiuti marini, in primo luogo la plastica, sono riconosciuti a livello mondiale come una minaccia emergente per l’ambiente, la salute e la sicurezza delle persone, mentre la loro riduzione viene considerata un passo fondamentale per conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine.

In primo luogo l’ONU con il progetto MARLISCO, “MARine LItter in Europe Seas: Social AwarenesS and CO-Responsibility” avviato già nel 2012 con la partecipazione di 15 paesi europei, ha affrontato il problema per i quattro mari continentali Nord-Est Atlantico, Baltico, Mediterraneo e Mar Nero. Lo studio è rivolto ai settori marittimo, turistico, manifatturiero e costiero, ma anche al grande pubblico per promuovere la corresponsabilità dei diversi attori verso una gestione condivisa dello smaltimento e del riciclo quando possibile.

Sulla stessa linea si pongono da più di un ventennio associazioni ambientaliste.

In prima fila Marevivo richiede alla Presidenza del Consiglio dei ministri la costituzione di una cabina di regia che abbia il potere di superare la frammentazione che vede ben 10 Ministeri (Ambiente, Politiche Agricole, Trasporti, Salute, Difesa, Affari Esteri, Lavoro, Economia e Finanze) occuparsi a diverso titolo del mare e degli 8.000 km. di coste di cui è dotata l’Italia.

Altra idea, sull’esempio di quanto immagina l’Australia, è quella di istituire lungo tutta la nazione italica un network di aree marine protette a partire dalla trentina attualmente esistenti, dotandole di pari dignità (e finanziamenti) rispetto ai parchi nazionali terrestri e cercando di mettere d’accordo tutti gli stakeholders: mondo della pesca, ambientalisti, scienziati e realtà imprenditoriali quali per esempio le società di estrazione petrolifera off-shore.

Sotto accusa anche i fiumi che costituiscono la più rilevante (e incolpevole) causa di inquinamento da ridurre, in primo luogo, attraverso sistemi di recupero dei grandi rifiuti alle foci e lungo le sponde. Non secondaria appare la carenza quantitativa e qualitativa degli impianti di depurazione, ancora non disponibili per l’11% dei cittadini italiani prevalentemente nel Sud del Paese, da completare possibilmente con un meccanismo di incentivi e disincentivi: premi alle amministrazioni regionali e comunali dai comportamenti virtuosi e sanzioni nei confronti di quelle inadempienti.  Anche per uscire dalle costose procedure di infrazione da parte della Commissione europea.

Da aggiornare le politiche per la pesca con l’obiettivo di ridurre l’eccesso di prelievo (overfishing) stimato nell’ordine del 90 per cento delle specie catturate, puntando su impianti di acquacoltura sostenibile e utilizzo di attrezzi ecocompatibili e compostabili. A tal proposito Il governo italiano ha battuto un colpo in Ottobre del 2019 con l’approvazione in prima lettura alla Camera della legge SalvaMare che toglie l’etichetta di “speciali” ai rifiuti accidentalmente pescati (RAP) e stabilisce che possono essere conferiti gratuitamente negli appositi centri di raccolta e avviati allo smaltimento o al recupero, una volta che l’imbarcazione giunge in un porto.

Le isole minori, patrimonio ambientale ed economico del nostro Paese, da anni richiedono piani per lo sviluppo non solo stagionale del turismo locale, l’impiego di energie rinnovabili e la messa a punto di gestioni integrate tra esse e i Comuni costieri.

Come ha dimostrato l’attuale emergenza pandemica, la partecipazione e l’impegno dei cittadini si rivela fondamentale per la riuscita di qualsiasi progetto di ampio respiro. Per questo, particolare attenzione va riservata alla formazione delle giovani generazioni potenziando le attività di educazione ambientale svolte dalla scuola, ma anche dalle associazioni ambientaliste presenti sul territorio, esempio di cittadinanza attiva. A tal proposito si segnalano le iniziative di Legambiente come la trentennale “Goletta Verde” e le “Pulizie delle spiagge e dei fondali”, accompagnate da dibattiti che coinvolgono e fidelizzano le comunità locali.

“Un mare di attenzioni”: è lo slogan del WWF da sempre in prima linea per la difesa dei mari che chiede un trattato vincolante per  arginare l’invasione della plastica negli oceani e nel Mediterraneo, pari complessivamente a più di 8 milioni di tonnellate riversate ogni anno in mare e 700 specie di fauna minacciate.
L’esperienza dimostra che le politiche ambientali possono avere un ruolo notevole nella creazione di posti di lavoro e nella promozione di investimenti. In Italia, l’economia blu (blue economy) rappresenta circa il 3% del PIL, con 43 miliardi di euro di valore aggiunto e circa 200 mila aziende. Dal 2013 sono nate 14.000 nuove imprese, un incremento del 7%. Il settore più rilevante, quello del turismo marino, è presidiato da circa 110 mila aziende, il 58% del totale.

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