La terza guerra (quasi) mondiale

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Imballaggi di plastica biodegradabili in Europa entro 12 anni- di Vincenzo Iommazzo-

Dopo i sacchetti, scende decisamente in campo la UE con l’annuncio di una strategia più articolata di protezione dell’ambiente dai danni causati dall’abuso di plastiche e di rifiuti assimilabili e per sensibilizzare gli stati e i cittadini comunitari ad assumere comportamenti propri dell’economia circolare.
La Commissione Europea, nella seduta del 16 gennaio scorso a Strasburgo ha rivolto, tra l’altro, l’attenzione agli imballaggi da rendere totalmente biodegradabili entro il 2030 per poi, entro il 2050 far sparire le microplastiche da cosmetici, detergenti, pitture, incentivare il conferimento in porto dei rifiuti prodotti sulle navi e il riporto sulla terraferma delle attrezzature da pesca, rendere un lontano ricordo i rifiuti a utilizzo unico (usa e getta) e le sostanze non riciclabili.

Nel mondo si producono ogni anno 300 milioni di tonnellate di plastica, di cui 25 milioni in Europa che a sua volta ne ricicla solo il 30% circa, il resto è fuori controllo. Le mostruose isole di plastica che si vanno formando nel Mediterraneo e negli oceani, ci dicono che una gran quantità di tale rifiuto finisce in mare con gravi conseguenze per l’ecosistema naturale e per la stessa salute degli individui che attraverso l’alimentazione ne assorbono microparticelle.

Secondo il vicepresidente della Commissione Europea, l’olandese Frans Timmerman “Dobbiamo intervenire per creare un’economia circolare per la plastica ed evitare di mettere sul mercato prodotti che si confezionano in cinque secondi, si usano per cinque minuti e poi ci mettono 500 anni per smaltirsi nell’ambiente”. Da qui si è partiti per annunciare l’obiettivo di rendere tutta la plastica in circolazione nell’Unione interamente riciclabile entro il 2030 con il triplice intento di salvaguardare l’ambiente, sviluppare innovazione nel settore e per questa via creare posti di lavoro.

In effetti bisogna dire che l’urgenza dei provvedimenti è determinata soprattutto dalla decisione della Cina di cessare, dal primo gennaio di quest’anno, la disponibilità ad accogliere i rifiuti plastici delle nazioni europee che inviavano nel paese del Dragone ben 15 dei 25 milioni di tonnellate annue prodotte, scaricandosi del problema del riciclo. Dalle direttive in discussione la UE calcola di poter risparmiare circa cento euro per ogni tonnellata di plastica riciclata in casa, attraverso la contestuale realizzazione del ciclo industriale occorrente.

Gli operatori del settore, però, sono in allarme: il futuro dei circa 1,5 milioni di lavoratori occupati nell’industria della plastica del vecchio continente appare a rischio e anche i consumatori non fanno salti di gioia per la ventilata possibilità di nuove tasse sulla plastica per ridurne i consumi che servirebbero, tra l’altro, per rientrare del buco di 12-14 miliardi di euro che l’uscita del Regno Unito creerà nelle casse della UE.
Di quest’ultima preoccupazione si è reso portavoce l’altro vice-presidente della Commissione UE, l’ex primo ministro della repubblica finlandese Jirky Katainen, che esprime dubbi sull’imposizione di tasse sulla plastica non riciclabile.

Timmermans però assicura che le nuove regole non prefigurano strategie contro gli operatori del settore, annunciando risorse inizialmente fino a 100 milioni di euro da investire per la ricerca tecnologica da parte delle industrie del ramo e stima la possibilità di far nascere almeno 200mila nuovi posti di lavoro entro il 2030 solo nel settore del riciclo.Sarebbe finalmente la dichiarazione di una guerra giusta, anche se non “mondiale”, in quanto parecchi paesi, tra cui gli Stati Uniti, si mostrano tiepidi verso molte problematiche ambientali, ma l’effetto di trascinamento delle buone pratiche attuate con successo, può rivelarsi fondamentale per assicurare al pianeta un condiviso futuro sostenibile.

 

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