La sfida della Giornata Mondiale dell’Ambiente: ripristinare gli ecosistemi

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Garantire la svolta green entro il 2030- di Vincenzo Iommazzo-

La giornata mondiale dell’ambiente (in inglese World Environment Day o WED) è una festività che si tiene ogni anno il 5 giugno, proclamata nel 1972 dall’ONU e celebrata per la prima volta due anni dopo con lo slogan Only One Earth (Una sola Terra).

Questa unica Terra che abbiamo a disposizione per noi e per le generazioni future deve stare davvero abbastanza male se lo slogan di quest’anno è stato: “Ripristinare gli ecosistemi”. Infatti il loro degrado sta già mettendo a rischio il 40% dell’umanità – afferma il segretario generale delle Nazioni Unite, il portoghese Antonio Gutierres – aggiungendo che per fortuna la Terra è resiliente, ma ora ha bisogno seriamente del nostro aiuto.

Nel 1974 l’overshoot day, cioè il giorno in cui consumiamo le risorse naturali che il mondo è capace di rigenerare in un anno e cominciamo a “rosicchiare” quello del futuro, cadeva il 27 novembre. Quest’anno cadrà invece il 29 luglio e per l’Italia, paese avanzato con consumi elevati, la soglia l’abbiamo già passata il 13 maggio.

Ripristinare gli ecosistemi danneggiati significa non solo riparare miliardi di ettari di terra, un’area più grande della Cina o degli Stati Uniti in modo che le persone abbiano accesso a cibo, acqua pulita e lavoro, ma anche acquisire un nuovo modello di interazione virtuosa tra uomo e natura. Possiamo piantare alberi, rendere più verdi le nostre città, cambiare la nostra dieta e tenere puliti le coste, i fiumi e i mari. Gli oceani, in particolare, svolgono per l’umanità e per la salute della terra un ruolo vitale, assorbono circa il 25% delle emissioni della famigerata CO2 che le attività umane immettono in atmosfera ogni anno e assorbono il 90% del calore aggiuntivo dell’atmosfera causato dai nocivi gas serra.

Nel mondo, oltre tre miliardi di individui dipendono dalla biodiversità marina e costiera per il loro sostentamento. Le attività umane, compreso l’inquinamento, la pesca senza regolazione con l’impoverimento delle specie, la perdita degli habitat costieri, impattano sulla salute degli oceani per il 40% circa.

Preoccupante è la salute del Mediterraneo, certificata dalla presenza ormai costante delle meduse che prima si presentavano  ogni 10-15 anni, dovuta al riscaldamento delle acque, alla distruzione degli ecosistemi marini e alla modificazione forzata delle catene alimentari prodotta da una pesca eccessiva e insostenibile.

Per la Giornata Mondiale degli Oceani che si celebra l’8 giugno, sono invitati i leader di tutti i paesi a proteggere il 30% dei nostri mari entro il 2030 con l’iniziativa 30×30 attraverso l’incremento deciso della rete di aree protette a garanzia di un clima sano e un equilibrio marino più avanzato.

In ogni caso l’evento principale della Giornata Mondiale dell’Ambiente è stato il lancio del decennio del ripristino degli ecosistemi iniziato con una vera e propria ragnatela di iniziative sparse su tutti i continenti, dalla tutela delle mangrovie alla riforestazione guidata dal Pakistan, paese ospitante dell’edizione di quest’anno, con la iniziativa Ten Billion Tree Drive.

Nella ricorrenza, nel nostro Paese è stato svelato il primo orologio climatico d’Italia, dopo il climate clock di Manhattan, installato al MITE alla presenza del ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani. Le sue lancette segnano il tempo  che abbiamo ancora a disposizione (non molto: sei anni e sette mesi) per intervenire a riportare a 1,5° l’aumento della temperatura media del pianeta. Il ministro ricorda anche “Se vogliamo fare tutte le cose che abbiamo promesso, da qui al 2030 dobbiamo essere in grado di avere almeno il 70% di energia verde”.

Le Nazioni Unite ricordano che “Da oggi al 2030, il ripristino di 350 milioni di ettari di ecosistemi terrestri e acquatici degradati potrebbe generare 9.000 miliardi di dollari di servizi e rimuovere fino a 26 miliardi di tonnellate di gas serra dall’atmosfera. I benefici economici sono dieci volte superiori alla spesa per investimenti, mentre non fare nulla è ameno tre volte più costoso che ripristinare l’ecosistema”.

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