Allarme discariche sotto il mare

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Con i rifiuti marini toccato il fondo- di Vincenzo Iommazzo-

I rifiuti nei mari italiani hanno toccato il fondo e sono scomparsi alla vista, nel senso che più del 70% di essi giace sui fondali coprendoli di plastica, materiale prevalente tra quelli sversati scriteriatamente dappertutto. La situazione varia da zona a zona: nei fondali rocciosi, in cui i rifiuti sono distribuiti a profondità differenti con conseguente maggiori difficoltà di individuazione, le concentrazioni più alte si rilevano nel Mar Ligure (1.500 oggetti per ogni ettaro), nel golfo di Napoli (1.200 oggetti per ettaro) e lungo le coste siciliane (900 oggetti/ettaro).

Questi i principali risultati delle attività condotte dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ISPRA e dal Sistema per la Protezione dell’Ambiente SNPA, per analizzare la qualità dei nostri mari. La situazione che ne emerge appare grave e rappresenta una prima base conoscitiva delle caratteristiche nei diversi comparti, fondo, colonna d’acqua e spiagge.

Complessivamente ogni anno, circa 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare, e di esse il 7% nelle acque del Mediterraneo. Ma come vi arrivano? Sicuramente attraverso i fiumi che costituiscono le principali vie di trasporto, ma anche da fonti terrestri (cattive abitudini individuali, scorretta gestione dei rifiuti urbani, mancanza di impianti di trattamento delle acque reflue, smaltimento illecito di rifiuti industriali, alluvioni, ecc.) e da fonti marine (smaltimenti illegali prodotti da navi passeggeri, da mercantili, da piattaforme). Anche le attività di pesca commerciale, la mitilicoltura e la piscicoltura contribuiscono alla produzione di rifiuti marini solidi quando gli attrezzi da pesca, lenze, reti, nasse, vengono accidentalmente persi o volontariamente abbandonati in mare.

I materiali che più comunemente compongono i rifiuti marini sono, oltre che plastica, gomma, carta, metallo, legno, vetro, stoffa, comprese le retine per la mitilicoltura (queste ultime particolarmente abbondanti lungo le coste italiane) e possono galleggiare in superficie, essere trasportati sulle spiagge oppure inabissarsi a soffocare l’ecosistema presente sui fondali.

Ogni giorno che passa le reti dei pescatori raccolgono un po’ ovunque più scarti che pesci. In Adriatico dal 2013 al 2019 sono state rinvenute nelle reti di 224 pescherecci coinvolti in due progetti di ricerca europei, 194 tonnellate di rifiuti “incastrati”, presumibilmente solo una parte di quelli realmente presenti.

La situazione non migliora salendo in superficie: le quantità di macroplastiche rinvenute raggiungono una densità media che oscilla all’incirca tra i 2 e i 5 oggetti flottanti per km2, mentre la densità media delle microplastiche, ossia particelle più piccole di 5 mm, estremamente dannose, è compresa tra le 93mila e 204mila per km.

Non va meglio nemmeno lungo le spiagge: i litorali nazionali “ospitano” dai 500 ai 1.000 rifiuti ogni 100 metri di spiaggia, come ben sanno cittadini e volontari delle associazioni ambientaliste che si dedicano periodicamente alla pulizia di quei luoghi.

La questione supera i confini nazionali. Lo dimostrano i risultati ottenuti dall’analisi dei rifiuti ingeriti dalla tartaruga marina Caretta-caretta secondo il progetto europeo INDICIT condotto dal 2017 al 2019.  Su 1.406 tartarughe analizzate (458 vive e 948 morte), il 63% presentava plastica ingerita e quasi il 58% degli esemplari vivi di Caretta-caretta aveva plastica nelle feci. I valori riscontrati in Italia non si discostano da quelli rilevati nell’ Atlantico (70.91%) e nel Mediterraneo (61.95%).

Come se ne può uscire? Innanzitutto smettendo di considerare il mare come la inesauribile discarica di ogni tipo di spazzatura compresi interi arsenali bellici, ritenendo erroneamente che la sua grandezza fosse capace di diluire, riciclare e rendere inerte ogni cosa. L’evidente abbaglio di tale convinzione sta venendo alla luce e pone  popolazioni e governi sensibili di fronte alla responsabilità di trovare mezzi e strumenti per una urgente inversione di rotta.

Servono progetti di cooperazione internazionale, particolarmente tra le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo, per affrontare i vari aspetti legati alla presenza dei rifiuti in mare. L’obiettivo dovrebbe essere la raccolta sistematica dei dati sul “marine litter”, lo studio della tipologia dei materiali, l’informazione e la sensibilizzazione di tutte le parti coinvolte verso il corretto smaltimento, la sperimentazione di buone pratiche e di nuove modalità di gestione e riciclo dei rifiuti prodotti dalla pesca, con lo spirito di condividere esperienze, risorse e ricerca di possibili soluzioni al preoccupante problema.

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