Stasera l’ultima puntata: intervista ad Antonio Milo, il brigadiere del Commissario Ricciardi

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-di Claudia Izzo-

Veste i panni del Brigadiere Raffaele Maione ne Il Commissario Ricciardi, trasposizione Tv del romanzo di Maurizio De Giovanni, giunto stasera all’ultima puntata della prima serie, parliamo dell’attore Antonio Milo. Originario di Castellammare di Stabia, classe ’68, 30 anni di lavoro alle spalle tra teatro e cinema, Antonio Milo si apre ad una intervista per salernonews24, prima della fine della serie in TV.

Da Napoli a Roma con la passione per il teatro. Come nasce tutto ciò in un ragazzo di 20 anni dell’Italia Meridionale?

Nasce per caso. Sono stato catapultato su un palcoscenico per fare uno spettacolo di Natale nell’istituto che frequentavo alle superiori. Con un amico facciamo uno sketch  di Gaspare e Zuzzurro in cui prendiamo in giro un po’ i professori. Lì scattò la scintilla in me, capii che la sensazione che provavo stando su quel palcoscenico era una cosa familiare mai provata prima. La sensazione che ebbi era proprio di protezione, io la definisco un grembo materno. Poi con un amico fondammo un’associazione con cui facevamo gli spettacoli per beneficenza. Partecipammo ad una rassegna e vinsi una borsa di studio per un corso di recitazione. Finita la scuola volevo fare l’attore ma siamo a Castellammare di Stabia, fare l’attore non funzionava perché non c’era un riscontro per il mio lavoro a differenza di oggi che, se cammini per Napoli, ci sono almeno una decina di set aperti. Quindi dovetti andare a Roma con 300 mila lire che finirono in un mese e dovetti poi cercare un lavoro per sostenermi, restare a Roma e non tornare a casa a mani vuote.

Hai raccontato di questa domenica di pioggia a Roma, momento in cui capisti che dovevi darti da fare. Inizi a cercare lavoro presso i ristoranti a Trastevere, ma a Roma ti sei sentito accolto, qui hai iniziato la tua vita professionale passando dal teatro al cinema. Di tutti i tuoi ruoli a quale sei più affezionato?

Sicuramente i ruoli dove usciva fuori un personaggio buono, non sono un “fetente” ma se devo scegliere un ruolo vado in difficoltà perché alla fine sono un po’ come figli e se sono arrivato a questo punto della mia carriera è perché sono passato per tutti quei personaggi che mi hanno permesso comunque di fare una ricerca interiore. Ogni volta che interpreti un ruolo è un rimettersi in gioco, un avere a che fare con quelli che sono i tuoi limiti; devi necessariamente scavare dentro, cercare di capire tu in quella situazione come saresti, cosa diresti, cosa faresti. Questo ti pone innanzi ad una sorta di ricerca per il personaggio e inevitabilmente per te stesso perché il personaggio deve passare per il tuo vissuto. E’ un lavoro stratificato, escludere un ruolo sarebbe una cosa ingiusta.

Da te, dal tuo parlare, traspare un senso di bonarietà ed il ruolo del brigadiere Maione ti sembra cucito addosso! Torniamo indietro, in “Natale in casa Cupiello” per la regia di Eduardo De Angelis hai interpretato Nicola Percuoco, poi nel 2018 hai recitato ne “L’amica geniale”, passando poi per l’esperienza teatrale con Nanni Moretti, trasposizione teatrale di “Caro diario”. Ci parli di questa esperienza?

Eravamo in giro con un altro spettacolo, la compagnia era di Silvio Orlando. Durante il secondo anno di tournée ci fu fatta questa proposta di fare in pomeridiana questo spettacolo di Nanni Moretti. Fu un’esperienza straordinaria. Nanni Moretti mise in scena degli atti unici, in realtà erano degli episodi che aveva escluso dalla sceneggiatura di  “Caro diario” e volle recuperarli per il teatro, cimentandosi egli stesso per la prima volta. Fu un’esperienza bellissima perché fu una visione diversa del teatro; venendo dal cinema lui era un narratore sulla scena, interagendo con noi attori e con il pubblico, come se fosse un happening, era tutto improvvisato, solo un canovaccio, quindi fu un esercizio attoriale molto divertente.

Nel 2006 hai recitato in Joe Petrosino, Assunta Spina e in teatro tra Pirandello e Shakespeare, dunque un attore a tutto tondo dal teatro al cinema. Parliamo dell’uomo Antonio Milo. Affronti mille sfide, arrivi A Roma e si realizza il tuo sogno. Se dovessi dare qualche consiglio a qualche giovane napoletano che come te sognano di muovere i primi passi e intraprendere la tua stessa carriera, cosa diresti?

Ciò che dico spesso quando faccio i workshop con i giovani attori: intanto  di verificare perché si vuole fare questo mestiere, da cosa si è spinti, perché è questo che fa la differenza nell’andare avanti, lungo il percorso s’incontrano delle difficoltà. Se hai deciso di fare questo mestiere per diventare ricco e famoso e firmare autografi e fare il red carpet, stai perdendo il tuo tempo e potresti rimanere con un pugno di mosche in mano. Se lo fai perché è una esigenza, senti di doverlo fare, magari ti piace emozionare le persone, ti fa star bene, sei spinto dal cosiddetto fuoco sacro, allora forse sei sulla strada buona. Poi bisogna mettersi sempre in una condizione di voler imparare, non si finisce mai di studiare. Faccio dei workshop, imparo anche io dai ragazzi. Bisogna stare sempre con i piedi per terra e pensare che questo mestiere da delle risposte ai tuoi sacrifici in dieci anni in dieci anni, una strada molto lunga.

Nel confronto con i giovani ti sarà capitato di ritornare con la mente all’episodio verificatosi con una tua insegnante che non ebbe parole lusinghiere nei tuoi confronti, ma da quelle parole tu hai tratto la forza per superare i tuoi limiti. La mettiamo così?

Non penso avesse questo tipo di lucidità, ma non voglio neanche demonizzare  questa insegnante. Ero molto timido e questa timidezza portava a farmi percepire dagli altri forse in modo sbagliato. Io ero già molto propenso all’arte, immaginavo, mi distraevo. Probabilmente questo ha fatto di me non uno scolaro modello, non che non mi piacesse studiare, ero proprio distratto da altre cose che mi interessavano di più. Infatti, una volta che ho scelto di fare l’attore mi sono messo a studiare, ho dovuto recuperare quello che era il gap umanistico avendo fatto studi di ragioneria, mi mancava tutto il mondo dei classici che mi sono andato a leggere da solo. Insomma una frase infelice che fa rimanere male.

Ma tu ne hai fatto un buon uso, alla fine le cose capitano, diciamo che è l’uso che se ne fa che cambia un po’ il percorso …

La reazione che ho avuto è sempre stata di resilienza, di resistere per portate avanti quello che era il mio progetto. Mi metto sempre in condizione di dire-ce la farò- il -ce l’ho fatta- mi da l’idea di qualcosa di definitivo, una sorta di bandierina ma ce ne sono tante altre da mettere.

Hai appena finito di girare il film I fratelli De Filippo con la regia di Sergio Rubini, diciamo che torni nella tua Napoli nei panni dell’imprenditore di Totò per descrivere, raccontare quella che è stata la vita di personaggi illustri che hanno fatto la storia del Teatro a Napoli. Come l’hai vissuto?

L’ho vissuto come se fosse un viaggio nel tempo… Strano, mi sono trovato a girare una scena in teatro dove io interpreto la parte di Aulicino, l’impresario di Totò che lanciò i fratelli De Filippo, quindi mi trovo a fare il provino a Titina e a vedere i fratelli De Filippo all’opera con Sik- Sik mentre precedentemente, venti anni prima ho fatto proprio quello spettacolo, erano i cinque atti unici di Eduardo De Filippo con Silvio Orlando. E’ stato un viaggio nel tempo, avanti e indietro, l’ho vissuto un po’ come un bambino al luna park, come ad una giostra. Mi ritrovavo a vivere nella finzione i fratelli De Filippo, a parlare con Totò che sono stati i miei miti. Ancora oggi, se vedo un film di Totò rimango rapito così come per le commedie di Eduardo. E’ stato un viaggio pazzesco che solo questo mestiere ti da la possibilità di fare.

La vita dell’attore è calarsi in tanti panni altrui, vesti, ruoli, vite…Com’è stata la tua vita da brigadiere in “Il Commissario Ricciardi”?

E’ stata tormentata da un grande lutto, da un grande dolore.

Indaghiamo nella vita dell’uomo Antonio che c’è dietro il personaggio. Appassionato di cucina da buon napoletano?

Si, è stata una passione che mi ha trasmesso mia madre. La cucina ed il mare sono le mie due passioni che mi porto dentro e mi rilassano.

Piatto preferito?

In genere i primi piatti, piatto preferito , la Genovese, stesso piatto preferito dal brigadiere Maione.

Se dovessi consigliare un libro che per te è stato importante al di là del Commissario Ricciardi di Maurizio De Giovanni?

Un libro che ho trovato formativo è “L’amico ritrovato”, letto da giovane. Mi ha aperto gli occhi sulla necessità di vedere l’altro, il diverso in maniera costruttiva e soprattutto la necessità di saper scegliere nella vita; le scelte sono importanti. In tutti i lavori bisogna ragionare, pensare e non essere impulsivo.

Un pò come l’amore e tu per amore vivi a San Giorgio a Cremano. Cosa ti hanno dato Napoli, Castellammare, Roma?

Le origini sono importanti perché sono le basi, il punto di partenza, spesso di punto arrivo alla fine della propria esistenza. Le radici sono la spinta propulsiva, se riesci a fare un passo indietro e guardarle da lontano, cosa che ho fatto quando sono andato a Roma. Spesso quando ci resti nella tua terra e non vai fuori a verificare cosa c’è oltre la staccionata, le radici possono crearti una gabbia e non farti crescere. Se invece sei fuori e le guardi da lontano le apprezzi di più e le radici possono diventare la spinta propulsiva. Roma è stata una città che mi ha voluto bene, mi ha accolto.

Cosa ti porti dell’esperienza del Commissario Ricciardi, con gli attori del cast, la scrittura di De Giovanni, un capitolo che si chiude?

Un punto di partenza. Provo una sensazione di gratitudine nei confronti del personaggio e delle persone che mi hanno scelto per fare questo personaggio. E’ stato un momento di crescita personale mia come Antonio e come attore. Di ruoli ne ho fatti diversi in 30 anni che faccio questo mestiere ma Maione è il ruolo che in qualche modo mi ha dato la possibilità di dimostrare ancora di più al grande pubblico alcune cose come protagonista. Gli resto affezionato e credo che sia un punto di partenza per poi fare altri ruoli della stessa risma. E’ un protagonista che offre a chi lo interpreta la possibilità di farsi notare.

Un grazie a chi senti di rivolgerlo?

Ai miei genitori, in particolare alla mia mamma che non c’è più e che spero che da qualche parte mi stia guardando.

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