Spettacolarizzazione della morte: intervista alla psichiatra Manuela Mangia

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di Claudia Izzo

Salerno stamane alle ore 11, presso la Chiesa del Sacro Cuore in Piazza Vittorio Veneto, ha dato l’estremo saluto alla donna  accoltellata dal marito mercoledi scorso. In pomeriggio alle ore 15 si sono tenuti poi, presso la Chiesa dei salesiani, i funerali del marito che, dopo aver colpito la moglie, si è  suicidato, impiccandosi dal cavalcavia dell’autostrada A2 tra gli svincoli di San Mango Piemonte e Pontecagnano.

Di qui una condivisione sfrenata quanto macabra dell’immagine dell’uomo, appeso ad una corda, penzolante nel vuoto. Non citeremo più i nomi perché la cronaca ne è piena.  Intendiamo adesso soltanto cercare di capire questa società basata sul mostrarsi e sul mostrare, sul condividere tutto sui social perché sembrerebbe che, soltanto pubblicando sui social, noi esistiamo davvero.

Ne parliamo con la dott.ssa Manuela Mangia, psichiatra e terapeuta familiare.

Come interpretare l’estremo gesto di colui che decide di togliersi la vita mostrando a tutti il suo corpo esanime?

E’ questa una forma di spettacolarizzazione della morte. Il rendere letteralmente pubblica la visione del proprio corpo esanime potrebbe essere un tentativo di espiazione nei confronti dei propri figli.

E’ una sorta di -mi suicido e mi mostro- in una società in cui il “Cogito ergo sum” è stato rimpiazzato dal –Mi mostro, quindi sono-.

Cosa dire di quanti hanno fotografato e pubblicato in rete immagini dell’uomo suicidatosi?

Anche in questo caso parliamo di spettacolarizzazione. Tutto è incentrato su ciò che appare, su ciò che viene mostrato. Nessuno di coloro che ha fotografato la tragica realtà che avevano innanzi, ha pensato al vissuto dell’uomo che ha compiuto questo terribile gesto estremo, né tantomeno ha tenuto nella giusta considerazione l’impatto che l’immagine stessa avrebbe avuto sui figli, sulla comunità tutta.

Se dunque coloro che hanno fatto questi indecorosi scatti e li hanno pubblicati sui social, facendoli rimbalzare da un cellulare all’altro fino a vederli pubblicati su testate giornalistiche per poi rimuoverli, invece di pensare al sensazionalismo creato, si fossero calati nel dolore dell’altro, probabilmente, non l’avrebbero né fotografato né condiviso.

Si sarebbe dovuta cioè provare quella necessaria empatia capace di farci comprendere il dolore di chi ha commesso l’estremo tragico gesto e il dolore di chi sarebbe stato spettatore addolorato della foto, riproduzione di una realtà che già bastava a se stessa.

Quindi come possiamo definire questa società in cui viviamo?

E’ una società in cui manca da parte degli uni il riconoscimento del dolore altrui senza mai giungere a quella pietas che un tempo avrebbe prevalso, a  quella maturità psicologica che avrebbe evitato di mostrare certe fragilità altrui.

Un’immagine tanto cruda che si mostra a noi dovrebbe cioè suscitare rispetto. Innanzi allo scempio di un corpo travolto dalla disperazione, ognuno avrebbe dovuto stendere un lenzuolo ideale. Questi tempi sono caratterizzati da uno strano narcisismo che ci porta a guardare noi stessi e basta, come se l’altro non esistesse, in netto contrasto con un’epoca che viene definita come periodo “della comunicazione”, mentre gli individui sono incapaci di comunicare a livello emozionale.

Come comportarci innanzi a  questi fatti?

Credo nella necessità di promuovere incontri, dibattiti, eventi esperenziali soprattutto con i giovani allo scopo di offrire una lettura diversa dei fatti.
Un invito ad approfondire le tematiche relative al riconoscimento delle emozioni potrebbe rappresentare l’occasione  per stimolare una diversa forma di comunicazione.

 

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