Tra debito, credibilità e distorsioni, la proposta di Enrico letta: giovani alla ricerca della dote

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-di Pierre De Filippo-

Ha fatto scalpore la proposta del segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, di predisporre una dote di 10.000€ per i nostri giovani, finanziandola con una tassa sui patrimoni superiori al milione di €.

Ha fatto scalpore per tanti motivi, tutti diversi e tutti interessanti da analizzare.

Primo, è stata una proposta e, in Italia, si sa di proposte non ne vengono fatte mai o quasi mai. Dicevano i politologi americani che, mentre il mondo anglosassone fondava il proprio dibattito pubblico sulle policies, le politiche, gli europei – soprattutto quelli continentali – lo fondavano sulla politics, la lotta per il potere.

Da questo punto di vista, la proposta di Letta è rivoluzionaria.

Secondo, è stata una proposta di spesa suffragata da una adeguata (da un punto di vista economico) copertura finanziaria. Siamo abituati a sentire politici inneggiare a questo o quel provvedimento, indispensabile per le nostre sorti e dimenticarsi – accidentaccio – di indicare le necessarie coperture.

Qui ci sono, sono state volutamente rubate a Robin Hood, ma ci sono.

Terzo, il mainstream s’è messo di impegno per cojonà Letta, e ciò deve fargli capire di non essere andato molto lontano da una proposta davvero sensata. È stato attaccato un po’ da tutti – politici di destra e politici di sinistra, intellettuali, giornalisti e simili – dunque, bene così.

Quarto, è simpatico notare di come si stia assistendo, contemporaneamente e clamorosamente, ad uno scambio di persona e ad una resurrezione: Enrico è partito Letta da Parigi ed è arrivato Berlinguer a Roma; ci aspettavamo una gestione più liberal del partito, paradossalmente più renziana dopo quella di Zingaretti e invece Letta sta seguendo il copione del perfetto comunista pedissequamente, non dicendo assolutamente nulla non sia contemplato nei testi sacri, assurdità comprese.

Quinto, le tempistiche. Letta, da buon segretario del principale partito di sinistra, sbaglia le tempistiche e glielo fa notare anche Mario Draghi; sia chiaro, è sempre il momento giusto quando si fanno proposte giuste ma nell’epoca dei media, la comunicazione istantanea e l’attenzione, morbosa, al come più ancora che al cosa imporrebbero maggiore prudenza.

Veniamo però al senso della proposta e cerchiamo di darne una valutazione il più oggettivo possibile.

Occorre, distinguere due momenti, due fasi, due punti: la fonte di finanziamento e l’oggetto della spesa.

La fonte di finanziamento è, evidentemente, la patrimoniale che si imporrebbe ai patrimoni superiori al milione di €, con l’aliquota massima che riguarderebbe quelli superiori a 5 milioni. A ciò va aggiunto un altro dato, ampiamente discusso in questi giorni: la nostra imposta di successione è ben al di sotto degli altri Paesi europei, sia a livello di aliquota (il 4% contro un massimo del 45% in Francia), sia a livello di soglia di esenzione e sia in termini assoluti (annualmente frutta alle casse dello Stato meno di un miliardo mentre in Francia circa 14).

Ancora, secondo studi scientifici, mentre i patrimoni degli italiani più ricchi (circa lo 0,01 della popolazione) sono più che raddoppiati negli ultimi anni, quelli dei meno abbienti sono diminuiti dell’80%.

In sintesi: quella di Letta non è una proposta irragionevole ed è scorretto bollarla come utopia veterocomunista.

Ciò che, invece, meno convince è l’oggetto di spesa. Letta, ipotizzando una dote da regalare ai giovani italiani con lo scopo di evitare che vadano all’estero o che disperdano il loro potenziale, si è liberamente ispirato ad una proposta di Fabrizio Barca, che già qualche tempo fa parlava di eredità universale o di cittadinanza.

Viene, però, da chiedersi se una dote di diecimila euro serva davvero, se investire sui giovani significhi ciò, se sia sufficiente, se sia adeguato.

Ricorda un po’ la barzelletta del maialino di Bramieri, che regalava cinquantamila lire all’animale e gli faceva comprare ciò che voleva.

Non funziona così, non dovrebbe funzionare così, perché presuppone che ciascuno sia libero di investire questa dote come meglio crede, sia in maniera produttiva che in maniera improduttiva. E se si vogliono spendere in maniera improduttiva i soldi, si spendano i propri, non quelli della collettività, fossero anche quelli dei più ricchi, i quali – è bene ricordarlo a Letta – devono contribuire, non restituire danari che, fino a prova contraria, non ha rubato.

Valutazione ambivalente, dunque: giusto insistere nel voler restringere la forbice della disuguaglianza sociale, soprattutto in un momento come questo. Meno giusto che lo Stato se ne lavi le mani e che, magari, permangano tutte le ragioni che rendono ai giovani la vita così complicata: lungaggini burocratiche, sistemi previdenziali sfavorevoli, alta tassazione sul lavoro, scarsa cultura del merito.

Si correggano queste distorsioni, si riduca il debito, si insista sulla credibilità del Paese e i giovani saranno contenti così, perché, in questo modo, la dote avranno modo di crearsela.

Fotografia: “Enrico Letta, Modena” by Enrico Letta is licensed under CC BY 2.0

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