Tanto tuonò che piovve: Draghi a Palazzo Chigi

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-di Pierre De Filippo-

Dove eravamo rimasti? Si sarebbe chiesto, sconsolato, Enzo Tortora.

E allora è bene riprendere il filo del discorso. Eravamo arrivati a martedì, 2 febbraio, con Roberto Fico, l’esploratore, che si reca al palazzo del Quirinale per comunicare al Capo dello Stato che no, una quadra non si è trovata, che una ricomposizione non si è avuta e che il Conte ter sta naufragando.

Inipotizzabile fino a qualche ora prima, secondo voci di corridoio – tanto di corridoio grillino, quanto dem – le richieste di Renzi sarebbero state così esose e così esose da provocare la rottura definitiva.

In realtà, lo avevamo già detto, oltre ogni MES, oltre ogni riforma strutturale, oltre ogni bozza di Recovery Plan, se Renzi non ha ceduto è perché il Movimento non è sceso a compressi su un nome, che non è stato quello di Conte ma di colui il quale, del Premier, era il protettore politico ed il suo principale sponsor: Alfonso Bonafede.

Renzi avrebbe voluto escludere il Ministro della giustizia dal governo, ritenendo inaccettabile anche un suo spostamento in un altro dicastero, mandando in soffitta la sua politica giustizialista e, guardando alla riforma sulla prescrizione, abbastanza liberticida.

Dopo la conclusione delle consultazioni, il Presidente della Repubblica – le cui parole hanno sempre un peso specifico enorme, – si è espresso in maniera categorica:
Avverto il dovere di rivolgere un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché venga conferita una fiducia ad un governo di alto profilo, che non si identifichi con alcuna formula politica. Conto quindi di conferire al più presto un incarico per formare un governo che faccia fronte con tempestività alle gravi emergenze che il Paese sta attraversando.

Parole chiare, forti, di un uomo abbastanza esasperato per il caos complessivo e la pochezza di serietà e di menti lucide.

Immediatamente, una nota del Quirinale comunicava la convocazione al Colle di Mario Draghi, ex Presidente della BCE e padre di quel “whatever it takes” – faremo tutto il possibile – che ha fatto epoca quando, nel 2011, si rese necessario portare l’Unione Europea fuori dalla crisi.

Un atto atteso e mugugnato da giorni: solo qualche sera fa l’ufficio stampa del Quirinale aveva smentito le voci di una comunicazione preventiva col banchiere, paradossalmente – come si conviene in questi casi – confermandole.

Chi si aspettava degli inni di giubilo, delle felicitazioni istituzionali univoche è, però, rimasto deluso: dinanzi all’italiano più autorevole al mondo, il cui nome ha fatto schizzare in su Piazza Affari e ridurre lo spread, più parti politiche hanno risposto niet.

I primi ad esporsi sono stati i grillini, per bocca del suo capo politico ad interim Rocco Crimi, che ha sostanzialmente riproposto il mantra “o Giuseppi o morte”.

Dello stesso avviso Fratelli d’Italia, con Giorgia Meloni che categoricamente e a più riprese ha chiarito che non ci sono margini affinché il suo partito sostenga Draghi; più cauto Salvini, secondo il quale il governo – a patto che nasca – debba essere un governo balneare, come si sarebbe detto una volta, per portare il Paese ad elezioni.

Last but not least, la sinistra più estrema di Fratoianni, che ha sostanzialmente bollato Draghi come l’uomo dei poteri forti.

Questa la situazione, non semplice e non ben delineata.

Una valutazione complessiva va, però, fatta: se dinanzi ad una persona così autorevole, nel pieno di una pandemia mondiale, le forze politiche non prendono atto del loro fallimento e continuano con le loro tattiche miopi significa davvero che siamo arrivati ad un punto di non ritorno.

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