Se, in manovra, le cure palliative sostituiscono la prevenzione

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di Pierre De Filippo-

È corsa contro il tempo per approvare la Legge di Bilancio. Partita in ritardissimo a causa della caduta del governo Draghi, delle elezioni e dell’entrata in carica del nuovo governo Meloni, la Finanziaria – come si sarebbe chiamata una volta – è inciampata più volte lungo il suo cammino. E spesso proprio a causa del fuoco amico arrivato dai banchi della maggioranza, che non è riuscita a trovare una rapida quadra.

Fino al 20 dicembre si è bighellonato. La Commissione Bilancio – quella che, intuitivamente, deve occuparsi di presentare al Parlamento il testo definitivo – veniva convocata e sconvocata per mancanza di accordi, l’analisi degli emendamenti rinviata, le misure proposte ritirate.

Si stava come d’autunno sugli alberi le foglie. A far niente.

In tutto questo bailamme si staglia, fulgida, la figura di Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento. Almeno sulla carta perché, vista la malaparata, Ciriani dalle parti del Transatlantico e, soprattutto, tra i corridoi della commissione Bilancio si è visto poco.

Quando si è visto, lo ha fatto per attaccare qualche suo collega, leggasi Luigi Marattin, reo di essere “un miracolato”. Della serie: noi non riusciamo a metterci d’accordo, a proporre un testo condiviso, ad approvare le modifiche, ma la colpa è di qualcun altro, in pieno stile italiano.

Come se non bastasse, la Ragioneria generale dello Stato – non pizza e fichi – ha letto la manovra ed ha “calorosamente suggerito” quarantaquattro modifiche. Una per ogni gatto, in fila per sei, con resto di due.

Quarantaquattro modifiche tecniche, sia ben chiaro, non di principio. Mancanza di fondi, norme scritte in maniera illogica, carenza di relazioni ulteriori.

Quarantaquattro.

In questo caso, però, più che ciò che compare, a destare preoccupazione è ciò che manca.

Il Ministro della Salute Orazio Schillaci, in audizione in commissione, aveva annunciato due provvedimenti urgenti che sarebbero entrati in manovra: un fondo per rimpolpare il Piano oncologico nazionale – gli ultimi dati segnalano un preoccupante incremento delle diagnosi – e un finanziamento a favore dei pronto soccorso.

Anche il sottosegretario Gemmato – quello che, sui vaccini, ha ritenuto di non cadere nella trappola di schierarsi a favore o contro – era stato chiaro nel dire che sì, quelle proposte erano già state inserite nel disegno di legge.

Ed invece, purtroppo, nessuna traccia.

Nessuna traccia non perché sono state inserite, discusse e cassate; semplicemente perché, della legge di bilancio, non hanno mai fatto parte, non ci sono mai state. Quegli emendamenti non sono mai stati depositati forse perché non hanno superato il vaglio delle priorità.

E dire che non si parlava di cifre astronomiche: un totale di poco più di duecento milioni di euro.

Il governo, invece, ha scelto – seguendo la strada indicata dal Vate Lotito – di concedere la rateizzazione delle tasse alle indebitatissime società di calcio, per un ammontare poco inferiore al miliardo.

È sempre, tutta una questione di priorità, come dicevo.

In manovra, però, è presente il potenziamento delle cure palliative.

Giusto, più che giusto.

È, però, una tragica metafora di come funziona questo nostro sgangherato Bel Paese: ci dicono che dobbiamo prevenire, perché prevenire è meglio che curare; ci mettono in guardia sulle cattive abitudini che tenacemente abbiamo preso; cercano di aprirci gli occhi sui nostri mali ma noi, pervicacemente, ci disperiamo quando ormai è troppo tardi.

Finiamo sempre così, a sottovalutare la prevenzione e ad accontentarci dei palliativi.

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