Se Draghi riparte dalla Libia

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-di Pierre De Filippo-

È un momento unico per la Libia, c’è un governo di unità nazionale legittimato dal Parlamento che sta procedendo alla riconciliazione nazionale. Il momento è unico per ricostruire quella che è stata un’antica amicizia”.

Il Presidente del Consiglio Mario Draghi sceglie la Libia per il suo primo viaggio ufficiale all’estero, una meta simbolicamente e sostanzialmente di estremo rilievo e, soprattutto, strategica per i nostri interessi economico-commerciali nell’area e geopolitici nel Mediterraneo.

Per ricostruire le vicende libiche e le implicazioni che questo Paese ha avuto per l’Italia non basterebbe un libro, figuriamoci poche righe. È, però, utile fare una rapida rassegna per attribuire al viaggio di Draghi il giusto peso.

Dopo la fine del regime quarantennale di Gheddafi, il grande paesone maghrebino non ha più trovato pace, stravolto dalla guerra civile e da una frammentazione interna del potere che non gli ha consentito di riottenere la stabilità dovuta. Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar hanno in ogni modo cercato di riunire la Libia, chiaramente ognuno sotto il proprio stendardo, sotto il proprio vessillo, senza tuttavia riuscirci.

La Libia è un Paese diviso: le tre macroregioni nelle quali è suddivisa sono estremamente diverse, sia da un punto di vista economico che culturale. La Tripolitania – in mano ad Al-Sarraj – è, evidentemente la zona più ricca, più moderna e più occidentale, tra petrolio e scambi commerciali con l’Europa; la Cirenaica, controllata da Haftar è, invece, la zona desertica che protegge il lato est dal confine con l’Egitto mentre il Fezzan a sud-ovest è ancora gestito in maniera ancestrale da milizie e tribù.

È difficile tenere tutto insieme. Ed infatti per anni non ci si è riusciti.

A ciò va aggiunto un elemento essenziale: quella libica è stata soprattutto una guerra combattuta per procura, lungo uno snodo strategico per dinamiche geopolitiche: la Turchia ha scelto di curare i suoi interessi mediterranei sposando la causa di al-Sarraj mentre il suo avversario, la Russia – accompagnata dall’Egitto e, seppur ufficiosamente, dalla Francia – ha sostenuto Haftar.

Negli ultimi mesi, questa contrapposizione si è attenuata, non perché le parti abbiano deposto l’ascia di guerra ma perché entrambe si sono rese conto, soprattutto dopo gli attacchi falliti di Haftar verso Tripoli, dell’impossibilità ad attuare una sorta di OPA politica che ambivano a concretizzare.

Per queste ragioni, il 15 marzo di quest’anno ha giurato a Bengasi il primo governo unitario, presieduto da Abdel Hamid Dbeibah, uomo d’affari di Misurata, il cui compito sarà quello di guidare il Paese verso le elezioni politiche previste per la fine dell’anno.

Perché è importante per l’Italia curare il dossier libico?

Banalmente, si potrebbe rispondere: “perché non dovrebbe esserlo?”; i motivi paiono così chiari ed evidenti che non meriterebbero risposta. È meglio, però, non dare nulla per scontato.

In primo luogo, per una questione di stabilità dell’area: un Mediterraneo sereno significa un’Italia più serena sul fronte sud e che può dedicare le sue attenzioni verso altro, magari verso una più corretta deliberazione delle politiche europee; poi, perché dotare la Libia di un potere autonomo e reale, autodeterminato significa anche limitare l’ingerenza esterna, tanto della Turchia, quanto della Russia.

Faccio un esempio, per evitare di rimanere nel vago: l’Europa e la Russia non godono di buoni rapporti, è notorio. La Russia è, però, essenziale fornitore di energia – petrolio e gas – per l’Europa, la quale sconta questo ricatto.

Per questo motivo, avevamo scelto di spenderci tanto, soprattutto politicamente, per il TAP, quel gasdotto sotterraneo che, dall’Azerbaijan, giunge fino in Puglia.

È accaduto, però, che la guerra del Nagorno-Karabagh, combattuta tra Armenia e Azerbaijan ha avvicinato grandemente quest’ultimo alla Russia, corsa in suo soccorso seppur rimanendo ufficialmente neutrale. È, dunque, necessario godere di un Mediterraneo libero e stabile perché è necessario poter contare su una maggiore diversificazione delle fonti di rifornimento energetico.

Stesso discorso vale per la Turchia: la sua egemonia nell’aria, con il malcontento di molti, cozza con gli interessi economici e marittimi della Grecia; una Turchia ridimensionata e senza una sponda in Libia significherebbe evitare un possibile ricatto da questo secondo attore internazionale.

Sia chiaro, i motivi per i quali il dossier libico ci interessa sono tanti: dall’ENI alle migrazioni, fino a possibili investimenti produttivi italiani in terra d’Africa.

Il primo, però, rimane quello dell’energia, senza la quale l’Italia – e con lei l’Europa – non potrà mai concepire una politica estera davvero libera e perseguire con forza i propri interessi.

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