Salario minimo: maneggiare con cura

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di Pierre De Filippo-

Dopo giorni di battute salaci e di opinioni discutibili è proprio la Premier, Giorgia Meloni, a tornare sul tema del salario minimo, unico finora a tenere insieme molta parte delle forze che si oppongono al suo governo.

Lo ha fatto aprendo, seppur camminando sulle uova, alla misura: “Sì al confronto ma con prudenza!”. Una prudenza più politica che di merito, viene da pensare, visto che non più tardi di quarantott’ore fa due ministri del suo gabinetto, Tajani e Musumeci, l’avevano definita “una proposta sovietica” (il primo) e “l’ennesima misura assistenziale” (il secondo).

Cos’abbia il salario minimo di sovietico viene da chiederselo. Ma va anche ricordato che Tajani non parlava da un pulpito qualsiasi e in un momento qualsiasi: dall’assemblea nazionale di Coldiretti – un bacino elettorale enorme per la destra – e poco dopo essere stato nominato segretario di Forza Italia. Ecco, non gli sarà sembrato vero di potere esordire citando il famoso “alla fine siete e continuerete ad essere dei poveri comunisti” di berlusconiana memoria.

Comunque, tra salario minimo e Unione Sovietica, garantiamo, nessun legame.

Sulle parole di Nello Musumeci, il ministro del Mare e, di default, della Protezione civile, qualcosa in più va detta.

Il salario minimo – e su questo le opposizioni hanno avuto vita facile – può rappresentare davvero uno strumento di garanzia e di dignità per ogni lavoratore. In che modo si obietta a chi fa notare che, in Italia, c’è ancora chi guadagna tre euro all’ora?

Tre euro.

Lavorare per vivere o vivere per lavorare? Qui, né l’una, né l’altra. Si lavora per non vivere, almeno non dignitosamente.

Ma dietro la confezione del salario minimo c’è scritto “maneggiare con cura”, perché c’è differenza tra ragionare per principio e scrivere concretamente una proposta.

Lo fa notare Carlo Cottarelli, ormai ex senatore, che scrive sui social: “…Però è un po’ strano che nel disegno di legge si preveda che se un’impresa paga meno di 9 euro, almeno temporaneamente la differenza la colma lo Stato…”

E qui si arriva ad un primo punto dirimente: la proposta delle opposizioni fissa il valore del salario minimo a 9 euro. È tanto? È poco? L’economia ha un proprio funzionamento e non possiamo lasciarci prendere la mano dalla retorica e dall’idealismo.

Fa notare Luigi Marattin – responsabile economico di Italia Viva, unico partito d’opposizione a non aver sottoscritto il testo – che 9 euro rappresentano un valore molto alto rispetto ai salari mediani, rispetto cioè a quanto solitamente un lavoratore italiano guadagna. E questo può essere controproducente, problematico.

Un po’ come il Reddito di Cittadinanza, che non era un sostegno all’occupazione ma un suo sostituto. Dunque, calma e gesso. Non vorremmo certo ritrovarci dietro l’ennesima misura spot, dissanguante e surreale, dietro la quale pochi guadagnano e tanti perdono.

C’è un punto però che credo stia alla base di tutto: che ruolo deve avere oggi la contrattazione collettiva nazionale? E, ancora di più, quella aziendale?

Di salario minimo si discute come di una alternativa, pratica ed immediata, rispetto ad una legge sulla rappresentanza sindacale. Senza ripercorrere le tappe, piene di ambiguità, della storia con cui la nostra contrattazione collettiva è stata impostata, va ricordato che, ancora oggi, ci sono tanti, troppi contratti pirata, vale a dire stipulati da piccole, piccolissime sigle sindacali effettivamente non rappresentative e dal potere contrattuale praticamente nullo.

È così che si stipulano contratti al ribasso e poco garantiti. Ed è per questo che, col salario minimo, si vorrebbe ovviare alla questione.

Ma, come abbiamo visto, la strada non è esente da pericoli.

Allora che fare? Procediamo per punti.

Primo, il salario minimo può essere un valido strumento a tutela del lavoratore. È presente in tutti gli altri Paesi del G7. Non è una proposta veterocomunista.

Secondo, chi deve stabilirne il valore, il quantum? Io dico la contrattazione collettiva nazionale, non il legislatore, anche per evitare un antipatico effetto asta per cui ogni forza politica giocherebbe al rialzo.

Dunque, ragionare – non dico approvare ma ragionare – sul concetto di rappresentanza sindacale non mi sembra più rinviabile.

Terzo, una contrattazione nazionale solida e che offra tutele erga omnes può con più tranquillità aprirsi anche ad una più coraggiosa contrattazione locale o aziendale.

Ed arrivo all’ultimo punto, che è quello più problematico.

Per anni, in Italia abbiamo conosciuto le cosiddette «gabbie salariali», zone del Paese in cui i salari erano territorialmente diversi e adeguati al costo della vita.

Una misura che, fatta l’Italia, certo non concorreva a “fare gli italiani”, visto che esacerbava quel senso di frammentazione e di frustrazione che già pesantemente s’avvertiva tra il Nord sviluppato e ricco ed il Sud povero e arretrato.

Oggi è diverso e, pur con grande prudenza, ogni parte d’Italia dovrebbe spingere verso una contrattazione che sia giusta, per il lavoratore e per il datore di lavoro.

Che sia giusta. Solo questo.

Solo una proposta coraggiosa e complessiva può metterci al riparo da ipocrisie e misure monche.

 

 

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