Quirinarie. Giorno 4

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All’alba del giorno 4, nessuno può dire, oltre ogni ragionevole dubbio, di aver ancora visto terra. Su questo montano le polemiche ma è bene essere chiari: sono rari i casi, nella storia, in cui la pratica sia stata risolta così brevemente. Certo, oggi il quorum passa dalla maggioranza dei due/terzi (673) a quella assoluta (505) mettendo così pressione su chi ha – o crede di avere – il boccino della situazione.

Quale lo stato dell’arte? Il roseto è abbastanza affollato ma i petali risultano appassiti: la Casellati pare fuori dai giochi, Casini paga i veti incrociati, Draghi le convergenze parallele a tenerlo lì dov’è e dove ci auguriamo che resti.

La mattina si apre con due novità: in primis, voci che vorrebbero una timbratura da parte di Letta – poi smentita ma che provoca reazioni – circa l’appartenenza di Casini: “è nella rosa del centrosinistra…”; gli fa, a quel punto, eco Salvini: “è nella rosa del centrosinistra…”, con conseguenze chiaramente opposte.

La seconda novità è che il giorno 4 pare essere quello dei tecnocrati: dopo le insistenti voci di ieri sera circa un incontro tra Salvini ed il professor Cassese, oggi spunta il nome di Elisabetta Belloni, ex segretario generale della Farnesina e oggi a capo del DIS, i Servizi segreti, entrambi fatti di buon mattino da Fratelli d’Italia.

Ma anche qui spuntano i ditini alzati: Cassese sì ma è stato primo avversario di Conte durante i suoi governi; Belloni sì ma non si è mai visto un capo dei Servizi passare direttamente al vertice delle istituzioni.

Le indicazioni sono chiare: il centrodestra, per paura di spaccarsi come ieri, decide di astenersi – come fece la Dc nel 1992 per i primi scrutini, poi una bomba li fece rinsavire –, mentre dal fronte sinistro dichiarano scheda bianca; Azione e Più Europa proseguono la loro battaglia solitaria per la Ministra Cartabia, che di Cassese è stata allieva.

Si passa al voto ed è, ancora una volta indicativo, oltre che utile a sciogliere i dubbi: al centrodestra le defezioni sono una decina, che accettano la scheda e votano, forse anche bianca, ma disattendono l’indicazione di astenersi; sull’altro versante, il caos è ancora maggiore: Mattarella arriva a quota 166, circa un/terzo dei votanti, voti provenienti soprattutto dal Movimento 5Stelle che, per bocca del Sen. Di Nicola, ha spesso detto di voler insistere col bis.

Nino Di Matteo subentra a Maddalena per i populisti di L’alternativa mentre la Cartabia ottiene ciò che si attendeva.

Il pomeriggio è fiacco, si rincorrono incontri, Salvini annuncia che “domani non voteremo scheda bianca” ma il suo ruolo di kingmaker comincia ad usurarsi mentre Forza Italia è in consultazione permanente.

In serata, Salvini s’incontra con Frattini e Renzi tuona “non è X-Factor”. È il tutti contro tutti.

Chi sale e chi scende? Il punto è uno, vediamo di capirci: questa elezione sarà ricordata come quella di “Draghi, non Draghi”. Ogni giorno che passa, la carta Draghi – per assenza di alternative – diventa più forte, semplicemente perché la meno debole. Se si arrivasse a breve ad una alternativa, bene; diversamente si potrà pensare ad un trasloco.

Ancora oggi, però, del doman non v’è certezza.

 

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