Quirinarie. Giorno 3

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di Pierre De Filippo-

Ieri è stato il giorno del fattore C, lei e lui.

Lei è Maria Elisabetta Alberti Casellati, Presidente del Senato in carica e nome oltre la rosa di centrodestra, nata morta; lui, invece, è Pierferdinando Casini, l’amico del Parlamento, come viene chiamato in transatlantico.

Dunque, Casellati, Casini, Draghi, Mattarella bis? Pare questa la vera rosa di nomi, in rigoroso ordine di possibilità.

A mezz’ora dal voto non è ancora chiaro in che direzione si andrà: il centrodestra – dicono autorevoli esponenti, Maria Stella Gelmini e GianMarco Centinaio in primis – voterà scheda bianca in barba alla terna dei nomi proposti ieri, che sono già passato. E anche il centrosinistra dovrebbe tendere verso questa direzione. Le interlocuzioni proseguono a voto aperto, segno che si va verso un’altra giornata di nulla di fatto.

Poi, un primo cambiamento di programma: Fratelli d’Italia, per marcare la sua differenza con i partner rispetto al governo, decide di votare Guido Crosetto, suo fondatore, come candidato di bandiera.

A mezza mattinata parla Renzi – si era vociferato di un suo accordo col centrodestra per la Casellati al Quirinale e lui a Palazzo Madama – che smentisce la voce e definisce la forzatura sulla Casellati “una gomitata”. Il suo ragionamento è sibillino ma limpido: se il centrodestra forza su un nome, lo stesso dovrà fare il centrosinistra rischiando l’impasse.

“Se alla quarta la destra candida Casellati e la sinistra mister x, alla quinta che succede?” si chiede.

Una nota del PD lo segue a ruota: “non procedete coi nomi, se no si va al muro contro muro”.

Il vertice richiesto nella giornata di ieri da Letta è già morto, che twitta: “la candidatura della seconda carica dello Stato, con l’opposizione, rappresenterebbe il modo più diretto per far saltare tutto”.

Il nome, invece, di Pierferdinando Casini rimane in discussione, primo perché non determinerebbe una spallata, una “gomitata” nei confronti di nessuno e poi perché troverebbe consenso sia nella destra che nella sinistra. Lui e Draghi porterebbero lo spartito verso una sorta di neocentrismo, che trova sempre senso in questi casi.

Paga, probabilmente, il suo principale sponsor: Matteo Renzi. Che forse per questo ha indirizzato i suoi pensieri verso Draghi. Rispetto al Presidente del Consiglio, Giancarlo Giorgetti chiosa che “nessuno lo vuole…”. Oltre lui e Renzi.

E se torna il neocentrismo, i centristi tornano a far sentire la propria voce, il proprio peso politico: Toti, Quagliariello e Marin all’unisono: “non facciamo nomi ma occhio, occhio a tutti. Prendiamoci un giorno in più ma diamo stabilità per sette anni”. Quagliariello, in particolare, sottolinea che legittimazione e forza sono cose diverse: la destra ora è legittimata ma non gode della forza sufficiente.

Poi si vota e il voto restituisce un’immagine diversa da quella dei giorni scorsi: oltre ai voti a Marino Bartoletti, Loretta Goggi e simili, le bianche diminuiscono di molto mentre Mattarella chiude a 125 (un segno importante), Crosetto a 114 (altro segnale importante, raddoppiando i delegati di FdI) e Casini a quota 52. Maddalena arriva a 61.

Cosa ci lascia? Siamo partiti da neocentrismo e da due nomi, Draghi e Casini. Il primo esce certamente indebolito – i 114 di Crosetto e i 61 di Maddalena sono voti essenzialmente a lui sfavorevoli – mentre il secondo porta a casa un buon bottino.

In serata si prosegue a ragionare. Da fonti Lega viene ventilato il nome di Sabino Cassese, giurista insigne e costituzionalista di primo rango ma dalle tante, 87, primavere.

La giornata si chiude con una serie di incontri di partito: della Lega, della coalizione di centrosinistra e dei Cinque Stelle. Nella notte può succedere di tutto.

Ma questa è già un’altra storia.

 

 

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