Quant’è buono…” l’olio del tonno”!

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-di Pierre De Filippo-

Solo pochi anni fa l’eco della similitudine del Parlamento aperto come una scatoletta di tonno aveva consentito al Movimento 5 Stelle – come, con orgoglio, ha rivendicato anche Giuseppe Conte – di diventare prima forza di questo Paese, forza di maggioranza relativa, primo partito italiano col suo carico del 33% di voti validi.

Un italiano su tre s’era affidato alle salvifiche ricette del Movimento, che prevedevano redditi di cittadinanza e sussidi vari ma, soprattutto, la ferrea volontà di porre fine ad anni ed anni di corruzione, malcostume e clientelismo, al grido “honestà, honestà”.

Una volta andati al governo, però, i grillini hanno dovuto abiurare a molti dei loro cavalli di battaglia: da No Tav a Sì Tav, da No Euro a Sì Euro, da No Tap a Sì Tap, da No alleanze a Sì alleanze.

Da No Tv a Sì Tv.

Ed è proprio sulla beneamata televisione di Stato, la Rai, che s’è consumata l’ennesima piroetta, l’ennesima metamorfosi del Movimento.

“Fuortes non libera la Rai dalla politica ma ha scelto di esautorare una forza politica come il M5S. Il M5S non farà più sentire la sua voce sui canali del servizio pubblico”.

Che, per inciso, non è detto sia un male. Ma, al netto di ciò, l’entrata a gamba tesa è clamorosa.

“Via i partiti dalla Rai” s’è trasformato in “perché a noi niente?”.

Sovrintendente del Teatro dell’Opera di Roma, commissario straordinario della fondazione Arena di Verona, Carlo Fuortes è sicuramente uno dei nomi forti della cultura italiana, un serio e competente dirigente pubblico. Per questo motivo, nessuno s’è stupito quando, in estate, Draghi e Franco lo hanno nominato nuovo amministratore delegato della Rai.

E, solo dopo pochi mesi, si è trovato a dover gestire il difficoltoso risiko delle nomine dei direttori, da sempre terreno fertile per la politica che ha, da che mondo è stato mondo, lottizzato tutti il lottizzabile, imponendo, persuadendo, consigliando l’amico, il collega, il vicino di casa.

È sempre accaduto nonostante da anni si parli di riforma della Rai, di “obiettivo BBC”, di piena autonomia e indipendenza. Macché, tutti lo hanno proposto, nessuno l’ha fatto.

Carlo Fuortes ha, dunque, proposto delle nomine che giovedì dovranno essere vagliate dal Consiglio di Amministrazione, il quale non ha comunque potere di veto, a meno che non si oppongano i due terzi del consesso. Difficile, se non impossibile.

Fuortes ha proposto l’ex presidente della Rai, Monica Maggioni, per il Tg1; la conferma di Gennaro Sangiuliano – sempre molto vicino alla Lega – per il Tg2; Simona Sala – che fonti vorrebbero “gradita a Pd e 5S” – per il Tg3 e, tra gli altri, Paolo Petrecca, “amico personale di Giorgia Meloni”, a RaiNews.

Apriti cielo!

Accontentate maggioranza ed opposizione e frustrate le esigenze del Movimento, che rimarrebbe senza una nomina di peso, una bandierina a simbolo del proprio potere politica, della rendita di posizione ormai acquisita. Un fatto, per Conte, inaccettabile.

Due riflessioni. La prima: Conte è stato Presidente del Consiglio per tre anni con due governi diversi. Nel 2018, su suo avallo, venne nominato direttore del Tg1 Giuseppe Carboni, certamente non inviso al Movimento 5 Stelle, con la Lega – socio di minoranza del “primo” Conte – che si prendeva il Tg2 con Sangiuliano. Dunque, perché stupirsi? Perché stranirsi? E poi, se questo modello – chiaramente deprecabile – era deprecato dalla sua parte politica, perché non si è impegnato a modificarlo?

La seconda: ritiene di aver fatto, con questa uscita su pubblica piazza, bella figura? Ritiene di aver dimostrato coerenza con quanto detto e professato in passato? Ritiene, in questo modo, di aver – che era, a mio modo di vedere, il suo reale obiettivo – riavvicinato quell’ala più oltranzista dei duri e puri di dibbattistiana memoria? Io credo di no.

La verità è che, soprattutto in politica, un bel tacer non fu mai scritto e Conte, insieme a tanti altri, ha perso l’ennesima occasione per affermare questa virtuosa prassi.

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