L’Italia e la politica del ricatto

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di Pierre De Filippo

Diceva Indro Montanelli che “l’Italia è l’unico paese in cui se ti vedono passare con una bella auto potente, anziché ambire a volerla vogliono bucarti le ruote”. Aveva ragione.

Insisteva Stefania – la bella Galatea Ranzi di “La grande bellezza”, quella che, autodefinendosi “donna con le palle”, si beccava l’ormai cult cazziata di Jep – che “a Roma si è imposto davvero il comunismo: non puoi emergere più di qualche giorno sugli altri che vieni subito affossato e riportato alla mediocrità”. Aveva ragione anche lei. E il discorso può essere esteso alla penisola tutta.

Questo siamo, dei “cittadini che ancora si credono sudditi, per i quali il potere, benevolo o malevolo che sia, è sempre un nemico”, come sostiene da sempre la storica Colarizi.

Tutto questo preambolo per dire che dietro l’attività di dossieraggio che sta emergendo, messa in pratica da un ambiguo e forse pilotato finanziere distaccato presso la Direzione nazionale antimafia, mi sembra ci sia di più un intento preventivo di ledere l’autorevolezza della politica (e di chi, a vario titolo, può essere definito popolare) che non la volontà di sovvertire l’ordine costituito.

Tradotto: l’obiettivo era più indagare, ascoltare, entrare nei conti correnti e nelle stanze da letto per sputtanare il potere – attività che ci ha sempre eccitato moltissimo – che non dar vita ad un colpo di stato. Non ci sono riusciti negli anni Settanta quando qualche potere non dico forte ma forticello lo avevamo, figuriamoci oggi, in cui alla ribalta si alternano, nella migliore delle ipotesi, nani e ballerine.

È il criterio Davigo elevato a potenza: non esistono innocenti, esistono solo colpevoli non ancora scoperti. Di cosa? Di tutto. Di reati di media grandezza, di malversazioni di vario genere, di peccati capitali come la gola e la lussuria. Di questo parliamo. Di gossip. Una sorta di Temptation island delle élite. La nostra stramaledetta abitudine di poggiare l’occhio famelico sugli spioncini degli altri, dimenticando le travi che sorreggono i nostri soffitti.

Crosetto, Renzi, Casalino, Totti. E altri sicuramente arriveranno. È la politica del ricatto che rende tutto immobile, affumicato, nebbioso.

Crosetto s’è preso paura sul serio ed ha denunciato. Denuncia penale e denuncia politica: “è stato un tentativo per non far partire il governo Meloni”. Bè, nel rispettivo giuoco delle parti, forse anche il Ministro esagera, visto che sulla poltrona della Difesa alla fine è seduto da dieci mesi.

Certo, dispiace.

Dispiace perché noi non siamo nuovi ad attività di questo tipo ma almeno, una volta, fatti come questi sarebbero stati avvolti dal mistero, dal complotto, dalle ideologie. I fascicoli del Sifar, raccolti dal generale De Lorenzo nel periodo in cui fu a capo dei servizi segreti, riguardavano politici, militari, ecclesiastici Papa compreso, giornalisti, finanzieri.

Ma lì si parlava di convergenze parallele, di socialisti nel governo, di precarissimi equilibri internazionali. Di tintinnar di sciabole che avrebbero portato ad un colpo di stato e di Presidenti della Repubblica stramazzati sull’ampia superficie della propria scrivania.

Quando i fascicoli del Sifar vennero bruciati ne scrisse un giornale, l’Osservatore politico, e un giornalista, Mino Pecorelli, che di queste cose pareva sapere tutto. Sapeva di questo e di tanto altro, con una precisione formidabile. Sapeva e scriveva, raccontava, anche se in maniera criptica. Finché non lo hanno preso a pistolettate in una fresca sera di marzo di tanti anni fa.

Altri tempi, altre carature, altri metodi, altre ragioni di Stato.

Qui, sotto il vestito niente.

Diceva Bettino Craxi che, in politica, non c’è cosa peggiore del vuoto, del vuoto che mangia ogni cosa con la sua mediocrità.

Ecco, questa vicenda mi sembra il perfetto esempio del decadimento della nostra Italia, fatta di vuoto e di mediocrità.

 

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