Il ritorno della “cortina di ferro”

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-di Pierre De Filippo-

Questa storica e celebre intuizione linguistica, utilizzata per la prima volta da Sir Winston Churchill a Fulton, negli Stati Uniti, nel 1946 ha contrassegnato cinquant’anni di storia mondiale: “da Stettino, nel Baltico a Trieste, nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa lungo il continente”.

E tale è rimasta fino almeno alla caduta del muro, nel 1989.

Una barriera, un reticolato, uno steccato ideologico, culturale e politico che ha visto contrapporsi Nikita Krusciov e JFK, Nixon e Breznev, Reagan e Gorbaciov e che pareva essersi improvvisamente diradata negli ultimi anni, da quando viviamo in un mondo post-ideologico, post-moderno e multilaterale.

Rapporto che si era fatto addirittura cordiale durante la presidenza Trump: voci tanto indiscrete, quanto insistenti hanno attribuito proprio all’algido inquilino del Cremlino, Vladimir Putin, la paternità della vittoria del magnate newyorkese, espressione di quell’isolazionismo americano che al russo andava benissimo per continuare a curare i suoi interessi sul Mediteranno ed in Medio Oriente. Una manna.

Sovvertendo ogni pronostico, nel 2016 Trump era riuscito ad aggiudicarsi fondamentali swing states (Florida, Ohio) e a superare, in extremis, Hillary Clinton, che avrebbe voluto fregiarsi del titolo di prima donna inquilina della Casa Bianca.

Dietro questo risultato, le ombre del sospetto si erano concentrate proprio su Vladimir Putin, che avrebbe “manipolato” la contesa per mezzo di una campagna mediatica occulta a favore di Trump, sicuramente un interlocutore più gradito.

Mantenere Trump alla Casa Bianca era obiettivo vitale per il Cremlino: avrebbe significato l’abbandono dell’Afghanistan da parte degli USA, dopo l’accordo con i Talebani; avrebbe significato un marcato disinteresse verso la Libia, rispetto alla quale i russi avrebbero potuto fare il bello ed il cattivo tempo; avrebbe significato mantenere alta la tensione con Teheran, di certo non amico di Mosca e avrebbe significato l’intensificarsi di rapporti al vetriolo tra USA e Turchia che, ad oggi, compete con la Russia per il ruolo di pivot dell’area cosiddetta MENA (Medio Oriente e Nord Africa).

Queste le ragioni che hanno portato allo scontro degli ultimi giorni.

Putin, che avrebbe preferito di gran lunga che a sfidare Trump fosse il socialista Bernie Sanders, aveva già alzato i toni accusando Hunter Biden, il figlio di Joe, di essere sostanzialmente un corrotto e di aver preso mazzette durante il suo lavoro in Ucraina all’interno di un’azienda del settore energetico. Biden padre avrebbe cercato di affossare tutto, facendo licenziare il procuratore che si occupava del caso.

“Lei crede che Putin sia un killer?” -“Si, lo credo”

Questo il rapido ma essenziale scambio di battute tra un giornalista ed il Presidente degli Stati Uniti. Un colpo affondato come un coltello caldo affonda nel burro: senza remissione di peccato.

Sicuramente, alla mente torna la storia di Aleksej Navalny, dissidente russo e oppositore del regime di Putin, del cui avvelenamento il Cremlino viene ritenuto da più parti responsabile.

La risposta di Putin non si è fatta attendere: “Io assassino? Chi lo dice sa di esserlo…”, chiosando però che “gli auguro buona salute”.

In molti, opinionisti e semplici commentatori, si sono chiesti se questi siano toni adatti a mantenere il dialogo civile e costruttivo, a calmare le acque.

Personalmente credo che, per citare Pirandello, ci sia molto di giuoco delle parti: Biden sa di dover far riconquistare al suo Paese quel ruolo di leader mondiale, sa di dover uscire dall’isolazionismo trumpiano e sta cercando di farlo sgomitando un po’.

Xi Jimping, Teheran, Putin, Mohamed Bin Salman sono tutti stati, a vario titolo, accusati di qualcosa, messi al loro posto. Perché vi è vera diplomazia solo quando la possibilità della guerra non è esclusa a priori.

Questo Biden lo sa, e lo sa anche Putin.

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