Il lungo addio del professor Conte

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-di Pierre De Filippo-

Scroscianti applausi di dipendenti e funzionari hanno accompagnato Giuseppe Conte, ormai ex Presidente del Consiglio, verso l’uscio di Palazzo Chigi.

Un momento toccante, romantico, memorabile e meraviglioso ma certamente non inedito: da De Gasperi in poi, sono stati pochi i Primi ministri non omaggiati da codesto atto di galanteria istituzionale.

Certo, mettici la durata – a modo sua lunga – di permanenza (pensandoci bene, era dal 1° giugno 2018 che, Conte, si aggirava indisturbato tra quelle stanze. Un’era geologica per la politica italiana); mettici la gestione della pandemia, che ci ha colto tutti di sorpresa e la partecipazione emotiva ed emozionale si spiega meglio.

Inedite invece le lacrime di un addetto stampa, quel Rocco Casalino che è stato il vero plenipotenziario di Conte, a testimonianza del fatto che davvero oggigiorno la comunicazione è messa al primo posto. Le sue guance rigate dal pianto sono entrate, a modo loro, negli annali della storia politica italiana e, forse, tra qualche tempo si dirà: “vi ricordate l’addio di Conte? Col picchetto d’onore e le lacrime di Casalino..:”

Siamo italiani, siamo appassionati di rotocalchi rosa e le lacrime di Casalino saranno, per l’appunto, l’apostrofo rosa tra Conte e Mario Draghi. Una cosa non da poco.

Giuseppe Conte, però, da Palazzo Chigi non è uscito solo ma in dolce compagnia, d’altronde si era in prossimità di San Valentino. A tenergli stretta la mano la sua compagna, Olivia Paladino, figlia di Cesare, proprietario del lussuosissimo Grand Hotel Plaza di Roma, al centro di uno scandalo fiscale.

Andiamo con ordine.

La vicenda risale alla primavera del 2019, quando il suocero del Premier fu beccato ad evadere ben 2 milioni di € di imposta di soggiorno, che avrebbe dovuto girare al Comune di Roma e che, invece, aveva “dimenticato” di fare. Aveva, dunque, patteggiato il reato di peculato, restituendo la somma e venendo condannato a 1 anno e due mesi di reclusione, chiaramente non scontati.

Ma questa è solo la prima parte della storia – spiacevole ma ormai trita e ritrita (l’evasione fiscale congenita) –, ve n’è una seconda ancora più spiacevole e altrettanto caratteristica: le leggi ad personam. Nel 2020, in piena epoca di pandemia, il Consiglio dei Ministri – all’interno del cosiddetto Decreto Rilancio (poi convertito nella legge 77/2020) – introduce una norma che derubrica il peculato, richiedendo per esso una mera sanzione amministrativa, anziché penale.

A quel punto, Cesare Paladino – paladino della giustizia? – chiede la revoca del provvedimento di patteggiamento (furbo lui…) per ripulirsi la fedina penale e forse anche la coscienza. Montano le polemiche ma sono ancora blande: il provvedimento pare essere scritto su misura ma il ministro dei Beni Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, chiarisce e assicura che “Conte non sapeva nulla. Sono stato io a portare la proposta in Consiglio dopo averne discusso con le associazioni di categoria”.

Le polemiche rimangono blande perché si crede ancora ad una delle massime conquiste dell’Occidente: lo stato di diritto. Il peculato sarà anche stato derubricato ma dopo che Paladino ha commesso i suoi illeciti, dunque dovrebbe soggiacere alla precedente disciplina.

Sbagliato. Perché – a differenza del PM Alberto Pioletti e del Procuratore Aggiunto Paolo Ielo, che gli avevano contestato il reato – il GUP, giudice dell’udienza preliminare, Bruno Azzolini ha accolto l’istanza di incidente di esecuzione, in quanto “il fatto non è previsto dalla legge come reato”, nonostante vi fossero già sentenze su sentenze della Corte di Cassazione che, in casi simili, insistevano sulla irretroattività delle norme.

Ancora una volta, come spesso si suole dire, la legge per i nemici si applica e per gli amici si interpreta.

 

Fotografia: CC BY-SA 3.0File:Cerimonia di insediamento del Governo Draghi a Palazzo Chigi 2021.jpg, Created: 13 February 2021

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