Il giorno più lungo

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di Pierre De Filippo-

Lo ha definito così il direttore Mentana dovendo intitolare la sua no-stop: è stato davvero il giorno più lungo perché, da stamattina a tarda sera, le vicissitudini del governo Draghi, del Premier e delle maggioranze divenute opposizioni. Il solito marasma.

Antonello Piriso, che di La7 è stato direttore prima che Mentana gli dicesse #AntonelloStaiSereno, racconta del viaggio in taxi per arrivare in redazione e Stefano, il tassista, che gli chiede: perché?

Ecco, perché di tutto questo solito marasma e come si sono succeduti i tanti eventi della giornata?

C’eravamo lasciati cinque giorni fa – Cinque giorni che ti ho perso, cantava Michele Zarrillo – con Draghi che, ricevuto l’aut aut del Movimento 5 Stelle sul decreto Aiuti e la sua uscita dall’aula al momento del voto, si era recato dal Capo dello Stato a recapitagli le proprie dimissioni.

Mattarella le aveva rifiutate e lo aveva spedito oggi in Parlamento dopo l’importante vertice in Algeria di inizio settimana.

I dubbi, le incertezze, le perplessità circa l’intervento di Draghi, il suo tono, i suoi temi, i suoi accenti erano stati tanti. Ci si aspettava che rintuzzasse in maniera vigorosa il Movimento 5 Stelle – e lo ha fatto – reo dello sgarbo di cinque giorni prima; ci si aspettava meno il tono – altrettanto, se non ancora più aspro – riservato al “centrodestra di governo” e, marcatamente, alla sua componente leghista.

Dal rigassificatore di Piombino – per il quale hanno pretestato tutti, dal Pd a Fratelli d’Italia, dalla Lega al Movimento 5 Stelle, salvo richiedere a gran voce una maggiore indipendenza energetica – all’ambigua solidarietà coi tassisti che protestavano sotto Palazzo Chigi, fino ai tanti riferimenti a nuovi scostamenti di bilancio, alla pace fiscale, alla sostituzione di ministri, Salvini è stato colpito da Draghi in maniera furente ed inaspettata.

E sul catasto l’accusa a Forza Italia non è meno dura.

Ma il Premier lo dice a chiare lettere: se ricuciamo un nuovo patto, io ci sono.

Un nuovo patto.

Un nuovo patto col Movimento? Senza? Con la stessa maggioranza? Con una maggioranza alternativa?

Berlusconi e Salvini si riuniscono a Villa Grande, sull’Appia, residenza romana del Cavaliere, e cercano di tenere botta. Intorno all’ora di pranzo escono con una nota chiara: sì al governo ma senza 5 Stelle, per parafrasare una pubblicità.

E la conferma avviene da parte di Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato.

Lì, in pratica, l’esperienza del governo Draghi termina.

In fase di replica – che è brevissima – non risponde più al centrodestra ma è ancora più chiaro, duro e critico nei confronti del Movimento e del Superbonus.

“Non avete saputo scrivere la legge e ora noi dobbiamo correggere i vostri errori”, in sintesi ha detto.

Nel frattempo, per giustificare il voto, vengono depositate due risoluzioni: la prima a firma Casini che, testualmente, recita: sentite le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, il Senato le approva. Secco. Strumento sul quale sarebbero saliti tutti i favorevoli al governo.

La seconda a firma Calderoli ed altri recante, essenzialmente, la proposta del centrodestra: fiducia in Draghi ma nuovo governo senza i Cinque Stelle.

Draghi chiede la fiducia sulla risoluzione Casini, il centrodestra si smarca dichiarando che uscirà dall’aula, il Movimento si astiene e l’esperienza governativa, in pratica, termina qui.

Il Presidente della Repubblica, ora, sentirà i Presidenti di Camera e Senato e con grande probabilità scioglierà il Parlamento.

Il voto? Probabilmente il 2 ottobre.

 

 

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