Il centro di cui non abbiamo bisogno

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-di Pierre De Filippo-

Per cinquant’anni, il centro è stato il luogo politica dal quale si è governato. La Democrazia Cristiana ha monopolizzato istituzioni, enti e consigli d’amministrazione dimostrando che l’estremismo non piaceva a nessuno, né quello che strizzava gli occhi ai grigi funzionari di Mosca né, tantomeno, quello nostalgico dell’olio di ricino e dei manganelli.

Meglio affidarsi a Dio, che ci guardava anche nelle cabine elettorali, a differenza di Stalin, e agli Stati Uniti, nonostante la loro American way of life, al netto di qualche elettrodomestico sbrilluccicante, è rimasta una pia illusione.

In Italia si governava dal centro, e così andrebbe riscritta la storia italiana: non c’è stata nessuna apertura a sinistra con l’alleanza coi socialisti di Nenni, non c’è stato nessun “compromesso” con Berlinguer e i suoi, non c’è stata nessuna grande alleanza col Pentapartito.

Semplicemente, queste forze sono state risucchiate verso il centro, il luogo dal quale si governava.

L’Italia era una repubblica democratica fondata sul centripetismo.

Anche durante la Seconda repubblica, per strano che possa apparire, questo dogma è stato rispettato: faceva più paura la sinistra in cachemire di Bertinotti o la destra in completo blu di Fini? La sinistra di Bertinotti, massimalista e sindacalizzata. E allora vinceva Berlusconi, perché governava dal centro.

Poi è arrivato il Movimento 5 Stelle, una grandissima novità per il nostro immobile scenario politico. Tra abolizioni di povertà, l’uomo che non è mai andato sulla luna, richieste di impeachment e simili, quale versione ha prevalso? Quella estremista di Dibbattista o quella democristiana di DiMaio, pronto ad abiurare su qualsiasi cosa? Manco a dirlo, la seconda.

Centro, centro, e solo centro.

Oggi, però, il panorama è un po’ cambiato: il PD – pur potendo tranquillamente fagocitare il Movimento 5 Stelle – si sta facendo fagocitare; d’altronde, nei suoi dossier c’è solo l’analisi della sconfitta, se dovessero vincere non avrebbero cosa andare ad analizzare.

A destra, Forza Italia non esiste più, è il triste simulacro di un uomo vecchio che, come King, ha un sogno: quello di sedersi sullo scranno del Quirinale. Giorgia e Matteo glielo stanno dicendo in tutti i modi, in questi giorni, come due affettuosi nipoti: scordatelo. Ma lui niente, testardo come sempre.

Nel frattempo, i suoi parlamentari sgambettano a destra e a più destra per evitare di rimanere in braghe di tela.

Dunque, al centro chi c’è? Al centro c’è Renzi che, egocentrico e vanitoso com’è, non può che ricercare il centro del palcoscenico; al centro c’è Calenda, meno vanitoso ma altrettanto egocentrico; al centro c’è Più Europa, che ha un unico obiettivo nella vita: mantenere Della Vedova a fare il sottosegretario agli Esteri; al centro c’è Toti, che nemmeno se lo chiedi a lui sa dirti che vuole fare; e al centro c’è Mastella, che del centro è, ormai, la sineddoche.

Cosa verrà fuori da questo minestrone? Qualcosa che bolle già in pentola: Renzi che parla con Micciché in Sicilia, con Toti in Italia, che parla con Mastella a Benevento, tramite la signora Sandra e amici, parenti e accoliti. Questo perché in Italia si governa dal centro.

Si, ma bisogna anche capire quale.

Oggi, stare al centro deve significare astrarsi dalla folle e sciagurata lotta polarizzante tra la destra e la sinistra e prendere le decisioni che servono, quelle pragmatiche, che migliorano il Paese. Il centro è tale se è luogo di mediazione, di dialettica, di serietà. È il luogo dal quale sta governando Mario Draghi, è il luogo dal quale sta governando Ursula in Europa.

Questo è il centro, quello che studia e propone, che analizza e rilancia.

Tutto il resto è noia!

 

 

 

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