Il caldo autunno del governo Draghi

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di Pierre De Filippo-

Le elezioni amministrative non-terremoto hanno portato, per noi italiani che “giochiamo le partite di calcio come fossero guerre e le guerre come fossero partite di calcio, un più che sospettabile vento contestatario verso il governo presieduto da Mario Draghi da parte dei due principali sconfitti, l’ex avvocato del popolo Giuseppe Conte e l’ex ministro del Papeete Matteo Salvini.

Il primo deve giustificare, in qualche modo, il de profundis del suo Movimento a livello locale; il secondo deve replicare al sorpasso che la Giorgia Meloni ha violentemente effettuato ai suoi danni anche al nord.

“Uscire dal governo? Molti me lo chiedono…”. Che, a voler essere cinici, verrebbe da chiedersi dove li trovi in questo momento i “molti” che glielo chiedono, dopo la debacle elettorale.

Sta di fatto che “molti” glielo chiedono e c’è da credergli.

Quello di Conte è un lungo avvicinamento verso l’allontanamento: dalle polemiche sulle spese per la difesa e quelle sulle politiche green, dalla strenua difesa al Reddito di Cittadinanza agli attriti con vari ministri, c’era da aspettarselo che i toni adesso salissero in questo modo.

E nonostante l’ingombrante presenza di Luigi Di Maio, che alla Farnesina sta benissimo e dalla quale certo non vuole sloggiare, i “governisti” Cinque stelle – quelli che credono convintamente a Draghi ed al suo governo – sono certamente molto pochi.

Una volta si sarebbe detto che Conte non ha opposizione interna.

Diverso il discorso di Salvini che, visti i risultati elettorali, è immediatamente partito con scudi e toni sempre più alti: dalla Bce che è contro l’Italia, che complotta alle nostre spalle, al leitmotiv dell’abrogazione della Fornero.

La prima affermazione è falsa, la seconda impraticabile anche perché, quando era al governo, si è guardato bene dal farlo.

Oggi rilancia con “rinnovo dello sconto carburanti, adeguamenti di pensioni e stipendi al costo della vita, rottamazione delle cartelle esattoriali e istituzione di un tetto europeo allo spread”.

Servirebbe un apposito articolo per affrontare queste proposte ad una ad una. Ad occhio, esclusa la prima, le altre paiono più boutade che altro.

Salvini, però, a differenza di Conte, un’opposizione interna ce l’ha ed è anche forte: il combinato disposto tra governisti – leggasi Giorgetti – e l’area del nord rappresentata dai Presidenti di Regione, Zaia e Fedriga in testa.

Potrebbe nascere un comitato politico ristretto per ampliare la collegialità? Potrebbe. Ma sarebbe l’inizio della fine per Salvini, che o è “autocrate” nel suo partito – mi si passi il termine – o non è.

La Lega, dalla sua fondazione, non ha mai brillato in collegialità.

Draghi per ora va avanti e raccoglie il sostegno di Letta, Renzi, Calenda e Berlusconi. Quattro soggetti non casuali perché sarebbero tutti, per differenti ragioni, più che favorevoli alla fuoriuscita dal governo dei populisti (Conte e Salvini hanno, al netto delle smentite, mantenuto queste stimmate).

Letta e Berlusconi perché si scrollerebbero di dosso degli alleati ai quali fanno la corte per motivi di interesse non per corrispondenza di amorosi sensi; Renzi e Calenda perché capitalizzerebbero il loro ruolo di pivot, di terzo polo che, in una riedizione del governo Draghi post-elezioni, diventerebbe il primo polo, in una coalizione che andrebbe da sinistra a destra.

Renzi oggi fa un nome preciso: “uno come Beppe Sala in questa partita può starci da protagonista…”.

Il nome è certamente autorevole ma Sala, oltre ad essere stimato da Renzi e questo non depone certo a suo favore, direbbero i maligni, è anche un convinto sostenitore del campo largo dei progressisti, quello che dovrebbe andare da Conte a Calenda.

Parliamo quindi di un’altra storia e di un’altra proposta politica.

 

Strabiliati di questo giugno afoso, non sorprendiamoci troppo: l’autunno sarà torrido.

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