I primi dilemmi di Giorgia Meloni

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di Pierre De Filippo-

“Giorgia Meloni sta attraversando a nuoto il mare che c’è tra il dire ed il fare”.

Amante delle metafore e degli arcani linguistici, questa volta non si può dire che Pier Luigi Bersani – quello che voleva smacchiare il giaguaro – non sia stato chiaro. Limpido.

A Giorgia Meloni sta succedendo proprio questo: si sta scontrando con la complessità. Del governo, che è ancora in alto mare, e dell’amministrazione.

Allo stato attuale ha due problemi: Matteo Salvini e l’eredità di Draghi.

Il primo è certamente il più grosso e non solo perché ha le paffute sembianze del Capitano lombardo. Se avesse ottenuto un risultato più lusinghiero, per la Meloni sarebbe stata una vera manna: lo avrebbe piazzato al Viminale, senza avere la pretesa che stesse lì a lavorare, e lui sarebbe stato contento, avrebbe girato il Paese di sagra in sagra, si sarebbe scontrato con cinquanta migranti, avrebbe inneggiato all’ordine e alla disciplina.

Invece il misero 8% della Lega imporrà a Salvini la solita politica “dei due forni”: stare in maggioranza ma col ditino alzato, criticare tutto ciò che sarà criticabile nell’operato della nuova Presidente del Consiglio, non tenersi il cecio in bocca essenzialmente.

Un vero, grande, importante problema per Giorgia Meloni. Anche perché Salvini non accetterebbe nient’altro che il Viminale, pretende che alla Lega vada il Ministero dell’Agricoltura e che il suo partito si occupi del dossier “balneari”. Inoltre, vorrebbe che Giorgetti sparisse dalla circolazione, che venisse – metaforicamente, si intende – sciolto nell’acido.

Qui la Meloni sta attraversando a nuoto la melmosa acqua del Po.

C’è il secondo problema, che non è meno sentito del primo. In questo caso, però, è lei che sta facendo harakiri.

“Non sono una draghiana. Non lo sono mai stata”. Come a voler mettere le mani avanti, soprattutto col suo elettorato. Frase che la riporta indietro ai tempi di “la pacchia è finita”.

È una Meloni col dubbio amletico: ripulirsi l’immagine col rischio di sembrare troppo uguale agli altri, troppo politicamente corretta o rimanere quella che è, un’oppositrice per natura?

Ieri l’ultimo affondo: ereditiamo una situazione difficile ed i ritardi del Pnrr sono ormai patologici, questo il senso delle sue parole.

Alle quali ha prontamente replicato Draghi, ribadendo che non c’è alcun ritardo, che è arrivata la nuova tranche di finanziamenti e che non sarebbe arrivata se la condizione italiana non fosse stata in regola. Della serie “Meloni, non spararle grosse perché stai attraversando a nuoto il mare che c’è tra il dire ed il fare”.

Queste polemiche allontanano la possibilità che, nel nuovo governo, rimangano esponenti del precedente.

Ed è proprio il toto-ministri che non decolla: la Lega ha le sue pretese, così come le ha Forza Italia, con Berlusconi che non ha ancora abbandonato l’idea di sedere sulla seggiola più alta di Palazzo Madama.
A Giorgia Meloni non dispiacerebbe potere contare su tecnici, soprattutto in ruoli delicati (Esteri, Interni, Difesa, Economia) e starebbe teorizzando una contromossa: concordare la lista dei ministri col Capo dello Stato e andare in Parlamento a chiedere la fiducia. E lì chi ci sta, ci sta.

Col rischio di avere, in un momento così delicato, un governo di minoranza.

Andrà davvero così?

Io non credo. Tergiverseranno perché tergiversare è il tratto distintivo della politica italiana. Celieranno perché la situazione è grave ma mai seria, glisseranno su tutto ciò su cui sarà possibile glissare ma poi troveranno una quadra.

Ed il governo partirà, tra mille dubbi e mille interrogativi. Ma non è questo il momento delle incertezze, non possiamo permettercelo.

Sarebbe davvero tragicomico se il governo che si autodefinisce più nazionalista e patriottico della storia italiana cadesse per tutelare il particulare di qualcuno.

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