Giuseppe Conte, il “cicatrizzatore” del Movimento 5 Stelle-

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-di Pierre  De Filippo –

Appena uscito da Palazzo Chigi, in una location più che abbozzata, poggiato su un tavolinetto instabile e ricolmo di microfoni, Giuseppe Conte parlava alla Nazione: “ci sono e ci sarò”, questa la sintesi rassicurante del suo messaggio.

Che era poi un chiaro riferimento agli amici del Movimento – solo del Movimento, senza nessun’altra specificazione, come si parla tra amici –, il suo movimento, pare volesse dire, quello grazie al quale è arrivato a Palazzo Chigi nel giugno del 2018, da perfetto sconosciuto, e c’è rimasto per circa due anni e mezzo.

È stato in quel momento, che doveva legittimare il sostegno al governo Draghi del Movimento, è stato quel “fossi iscritto alla piattaforma Rousseau, voterei al quesito sul governo” che Giuseppe Conte s’è accaparrato il M5S, l’oggetto misterioso della politica italiana.

Dalla piazza al palazzo – invertendo i termini di un libro di Bruno Vespa – il Movimento 5 Stelle è stato tutto e il suo contrario: da mina forcaiola e élite irriducibile, avrebbe dovuto aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno ma poi, diventato lui stesso tonno ha assaggiato l’olio e gli è piaciuto.

Da scheggia impazzita a “siamo un po’ democristiani”, come sentenziava Beppe Grillo subito dopo l’affermazione elettorale di tre anni fa il passo è stato breve, troppo breve.

Ha lasciato sul campo morti e feriti, scissionisti, minoranze incontrollate ed incontrollabili stante la democrazia assoluta con la quale il partito [rectio: movimento] è stato gestito sino ad ora.

Serviva una figura nuova, che potesse mettere ordine tra un Luigi Di Maio che rimane – oltre ogni ironia – colui il quale, più di tutti gli altri, porta l’acqua al mulino del grillismo; tra Vito Crimi, il reggente, che ha retto poco e male (anche Caterina de’ Medici è stata reggente ma è passata alla storia); tra Alessandro Di Battista che, tra una meta esotica e l’altra, fa sentire, ancora e prepotentemente, la sua voce; tra tutto quel mare magnum di grillini della prima, della seconda e della terza ora.

Serviva, essenzialmente, un normalizzatore o, come l’ha definito qualcuno, un cicatrizzatore (perché alcune ferite rimangono, come l’essere andati al governo con l’odiatissimo Berlusconi), il cui nome non poteva essere che uno: quello di Giuseppe Conte.

Da poco tornato in quel di Firenze, l’ex Premier ha partecipato ad un lungo incontro col fondatore Grillo e coi maggiorenti del partito, dopo il quale è emerso il suo nome come quello dell’unica persona che poteva prendere in mano le redini del Movimento per una resurrezione.

D’altronde, la spaccatura s’era verificata essenzialmente sul suo nome: tra chi “o Giuseppi o morte” e chi, alla fine, ha ceduto al fascino del governo, certo non abiurando a quasi mille giorni di contismo.

È una mossa corretta? Dipende dai punti di vista. Forse è una mossa obbligata per il M5S, che necessita di mettere ordine nella sua elefantiaca e spesso incoerente struttura.

Si discute, si istituiscono cariche, si indicono petizioni, si propongono quesiti e poi, alla fine dei giochi, arriva il cosmonauta (visto il casco) Grillo e decide per sé e per gli altri.

Perché uno varrà anche uno, ma Grillo vale per tutti.

Cosa ci guadagna Conte in questa operazione? Tutto. Come Draghi, non ha nulla da perdere. Da una parte l’esilio fiorentino, dall’altra l’effervescenza un po’ ipocrita delle segreterie romane, quella che Sorrentino racconta meravigliosamente ne Il Divo.

Vuoi mettere? Non c’è paragone.

I sondaggi già lo premiano, non solo come leader del Movimento ma anche come sintetizzatore di una coalizione: quella populista di sinistra nata sotto il suo secondo governo.

Staremo a vedere: la politica italiana ci ha insegnato che può succedere davvero di tutto.

Magari anche che il Movimento, attraverso questa svolta, diventi un soggetto politico normale.

 

 

 

“Palazzo Chigi” by Simone Ramella is licensed with CC BY 2.0. To view a copy of this license, visit https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/

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