Giuseppe Conte al bivio: resa o rilancio?

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La vita è fatta di bivi. Giuseppe Conte ne ha uno dinanzi a sé: cercare, per quanto possibile, di corteggiare ed ottenere il maggior numero di responsabili/costruttori/voltagabbana, a seconda delle scuole di pensiero, o tornare a Canossa da Matteo Renzi, sposando la sua linea e le sue scelte.

In realtà, anche l’Italia è ad un bivio: gettare il cuore oltre l’ostacolo in nome di un uomo, Giuseppe Conte, come pure pare stiano facendo M5S, Leu e PD, che ripetono stancamente “o Giuseppi o morte”, oppure aprirsi alla possibilità di un governo tecnico, di unità nazionale, di salvezza collettiva, una Comune o chissà che altro.

Non che le opposizioni siano d’aiuto, in questo caso: il loro mantra, per quanto diverso, non è meno stucchevole e si sintetizza nell’espressione “elezioni, elezioni, elezioni. Torniamo a dare lo scettro in mano al popolo”.
Chiariamo un punto che, nella nostra narrazione, è essenziale: non è il Covid che ci impedisce di votare; in Portogallo lo si è fatto e presto lo si farà in molte altre realtà.
La vera questione è che le urne sono sempre le urne, imprevedibili e, spesso, ciniche e bare. Se non dovesse uscire una maggioranza nuova e, soprattutto, forte cosa faremmo? Continueremmo con questo spettacolo desolante mentre il Paese attende impazientemente delle risposte?
Meglio di no, a meno di non voler rischiare la sorte.

È, però, su un punto che vorrei concentrarmi, osservando questa crisi da un punto di vista diverso rispetto a quello della cronaca minuto per minuto. Diceva Benedetto Croce che, in Parlamento, “il 5% rappresenta il meglio del Paese, il 5% il peggio ed il 90% è il Paese”.
Dietro le mosse – alcune spiegabili ed altre decisamente meno – alle quali stiamo assistendo ci siamo noi, gli italiani, con i nostri pregi ed i nostri difetti.

Giuseppe Conte, per esempio. È lui, in verità, il protagonista della nostra storia: eclettico, camaleontico, oscuro; in una parola, democristiano fino al midollo. Ha galleggiato per tre anni, spalmati su due governi e, improvvisamente, s’è rivelato indispensabile per le sorti di una democrazia, la nostra, che da sempre viene studiata per la sua profonda immaturità ed instabilità (i politologi americani la definiscono democracy of italian style e uncommon democracy, giusto per rendere l’idea).È l’emblema di quel “meglio tirare a campare che tirare le cuoia” di andreottiana memoria.

C’è poi l’occhio lungo di Renzi, che sembra sempre saperne una più del diavolo, il furbetto della situazione pronto a far saltare il banco non appena ne subodora la possibilità.
Ci sono i responsabili, tra i quali emerge o, per meglio dire, emergeva la signora Lonardo Mastella che, teleguidata come una playstation, ha prima creato i presupposti per la creazione della famosa “quarta gamba” della maggioranza e poi se ne è discostata quando ha capito che il simbolo del di lei marito – Noi Campani – non sarebbe stato inserito nel logo.
Più che il gruppo degli Europeisti, dalle larghe vedute e dai grandi ideali, è sembrato quello degli opportunisti che gli ideali, per loro natura, li aborriscono.

Come finirà? È presto per dirlo; alterniamo ancora fasi in secca ed altre in alto mare, tra discese ardite e risalite.
Se i numeri in Senato non lo permetteranno, perché i responsabili saranno improvvisamente evaporati – come l’amico Vitali di Forza Italia che, dopo aver detto il fatidico sì a Conte, ha fatto marcia indietro – si tornerà a dialogare con Renzi, riscoprendo il piacere di stare insieme.

Comunque andrà a finire, non sarà un successo.
E la colpa sarà anche nostra perché, come diceva lo storico e meridionalista avellinese Guido Dorso, “la bontà della democrazia si misura dalla vitalità della classe diretta” e noi siamo stati decisamente troppo distratti.

 

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