Elezioni del 1979: dalla “non sfiducia” alla fine della solidarietà nazionale

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di Pierre De Filippo-

Col senno di poi, possiamo dire che le elezioni politiche del 1979 hanno rappresentato, per la storia dell’Italia ma non solo, un vero e proprio spartiacque. Hanno sancito la fine della politica delle ideologie così come l’avevamo conosciuta fino a quel momento e hanno chiuso un importante capitolo della storia occidentale: quello dei Trent’anni gloriosi e del welfare state, sostituiti dal neoliberismo incarnato da Reagan e dalla Thatcher.

In Italia, dopo le elezioni del ’76 – quelle in cui il sorpasso comunista non c’era stato ma il processo di avvicinamento tra le due forze, per volere di Moro, era proseguito – era nato il governo della “non sfiducia”, l’ennesima formula ambigua e bizantina del nostro vocabolario politico.

I comunisti non avevano votato NO alla fiducia al governo Andreotti, così come avevano sempre fatto in passato. Doveva essere, quello, il primo passo che avrebbe portato alla concretizzazione del compromesso storico, della solidarietà nazionale, degli equilibri più avanzati, per usare le espressioni più ricorrenti.

Moro e Berlinguer, i due artefici del piano, si erano incontrati nel 1977 e si erano stretti la mano a beneficio di telecamere, formalizzando quella “strategia dell’attenzione” che Moro predicava da tempo.

Ma accanto all’attenzione verso i comunisti c’era anche la tensione e la sua strategia: Piazza della Loggia a Brescia, la bomba sul treno Italicus, gli attentati contro magistrati, sindacalisti, uomini dello stato.

Anche per questo – e per affrontare più convintamente il problema dell’inflazione – Moro intendeva ampliare l’area del governo ai comunisti, che continuarono a ritenere, almeno sino ad un certo punto, gli uomini della Brigate rosse – quelle che insanguinavano l’Italia – “compagni che sbagliano”, salvo poi rendersi conto che erano solo delinquenti.

Un piano, quello di Moro che, se fosse stato realizzato, avrebbe portato a ciò che lui definiva la terza fase della politica italiana (dopo il centrismo degasperiano ed il centrosinistra organico). Una terza fase che avrebbe portato – e su questo Moro e Berlinguer la vedevano diversamente – alla virtuosa politica dell’alternanza, di cui beneficiavano tutte le altre moderne democrazie.

Questo percorso, però, come si sa, si arrestò drammaticamente il 16 marzo del 1978, quando Giulio Andreotti era atteso alle Camere per chiedere nuovamente la fiducia per il suo ennesimo governo.

Gli uomini delle Br rapirono Moro e ne uccisero la scorta.

L’Italia visse quei cinquantacinque giorni – tanti passarono dal rapimento alla scoperta del cadavere il 9 maggio a via Caetani – con ansia ed apprensione.

Tra i politici, però, prevalse la linea della fermezza, secondo la quale con i terroristi non si sarebbe dialogato. Nessun compromesso, nessuna apertura.

Solo il giovane segretario del Partito socialista, Bettino Craxi, ad un certo punto aprì all’idea che vi si potesse discutere.

Ma la morte di Moro segnava in maniera inequivocabile la fine del compromesso storico e la necessità di inventarsi un’altra “formula politica” che consentisse al nostro Paese di andare avanti. Tutto questo, però, senza il suo principale ideologo.

Con l’elezione di Sandro Pertini alla Presidenza della Repubblica si apriva una crepa nel tetto di cristallo che i democristiani avevano creato sulle loro teste: obiettivo del partigiano socialista era quello di portare un “laico” a Palazzo Chigi.

Ci provò prima con La Malfa, che non riuscì e che dopo poche settimane morì, e con Craxi qualche anno dopo, riuscendoci.

L’Italia, dopo i drammatici anni Settanta, rimaneva legata al suo Presidente, quello che sarà il più amato dagli italiani.

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