Elezioni del 1968: dal centrosinistra organico alla contestazione

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Che anno è stato il 1968 per la storia occidentale? Uno spartiacque degno di nota, un momento che ha sancito la presenza di un prima e di un dopo.

Uno spartiacque, però, più sociale che politico, più riferito agli usi, ai costumi, al vivere quotidiano che al ricambio della classe dirigente.

Ma come si era arrivato a questo importante appuntamento? Con la nostra solita ambiguità e con i tempi biblici di una politica d’altri tempi.

Il definitivo abbraccio tra Democrazia Cristiana e Partito socialista – il cosiddetto centrosinistra organico – era stato incellofanato nel solito bizantinismo italico, quello che volendo dire tutto non dice niente. Erano nate, così, le convergenze parallele, che avevano portato Aldo Moro alla Presidenza del Consiglio e Pietro Nenni alla vicepresidenza.

Sono anni particolari per l’Italia: lo «sviluppo senza guida» di cui sempre di più si sente parlare diventa la parola d’ordine: il Paese cresce, prospera, si modernizza ma senza una guida, un piano, una struttura che lo sostenga.

Oltretutto, il nostro ordinamento e, più in generale, la nostra democrazia inizia a scricchiolare: è proprio Nenni che, nell’estate del 1964 sentirà il famoso tintinnar di sciabole. Si scoprirà in seguito del tentato colpo di stato organizzato dal generale De Lorenzo, ai vertici del Sifar; quello che passerà alla storia come «Piano Solo».

La misura è colpa e ad Antonio Segni viene un coccolone. È costretto a lasciare la presidenza a Giuseppe Saragat, sponsorizzato da Nenni in un’ottica di riavvicinamento tra le due anime del socialismo italiano e che si sostanzierà con la nascita del PSU, il Partito socialista unitario.

Destinato a non avere grande fortuna.

Ma il ’68 è un fenomeno destinato ad essere dirompente, pur nella sua tragicomicità: dai fatti di Valle Giulia – quelli per i quali Pier Paolo Pasolini definirà i manifestanti “figli di papà”, difendendo i poliziotti – al maggio parigino, dai carrarmati sovietici a Praga alle università americane, anticipata dalla “Lettera ad una professoressa” che Don Milani aveva scritto l’anno prima è tutto un sobbollire di proteste, contestazioni, messa in discussione dello status quo.

Le elezioni, però, non ne risentono: solo il PSU crolla perché i propri elettori non accettano la reunion tra Nenni e Saragat; una questione interna, null’altro.

Al governo torna Rumor e le “convergenze parallele” possono proseguire.

Il centrosinistra organico ha, come è facile immaginare, esautorato tutte le altre forze politiche dall’onore e dall’onore del governo, a cominciare dal Partito comunista che, proprio nel 1964, vede morire il suo leader, Il Migliore, Palmiro Togliatti, sostituito da Luigi Longo.

 

Alla contestazione farà seguito il cosiddetto «autunno caldo»: studenti ed operai sfileranno insieme – mentre oggi gli studenti avversano l’alternanza scuola-lavoro a causa dei rischi che porta, come se un padre di famiglia potesse morire nell’indifferenza – rivendicando i propri diritti, sfidando le istituzioni.

Sfida che, però, arriverà anche da ben altre fonti e ben più tragicamente organizzate: con la strage di Piazza Fontana a Milano, del 12 dicembre 1969, che farà 17 morti e 88 feriti, inizierà ufficialmente la strategia della tensione, una nuova fase che accompagnerà l’Italia per oltre un decennio.

 

 

 

 

 

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