Dentro un G20 spuntato

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-di Pierre De Filippo-

Richiamare, seppur in videoconferenza, tutti i leader del mondo era indispensabile per discutere di ciò che la comunità internazionale dovrà fare in Afghanistan, da due mesi tornato in mano ai Talebani e, parola di Draghi, “con un’emergenza umanitaria gravissima”.

Nessuno vuole “abbandonare l’Afghanistan al caos”, come ha detto la Merkel ma, allo stesso tempo, nessuno vuole sostenere, aiutare, spalleggiare il governo talebano, inviso all’Occidente.

Dunque, il G20 ha scelto di stanziare risorse – circa 1,5 miliardi – per aiuti diretti, veicolati dalle grandi agenzie dell’ONU (Programma alimentare globale e UNICEF), senza passare del governo.

Accordi bilaterali ci saranno se, e solamente se, il regime talebano rispetterà due condizioni essenziali: chiudere ogni rapporto con i terroristi internazionali, a cominciare da Al-Qaeda, e fare chiarezza sulla vita delle proprie donne.

Fino a qualche mese fa, tre milioni di afgane potevano frequentare la scuola in tutta tranquillità, oggi non possono più farlo. Siamo improvvisamente e rapidamente tornati al 1996, ai primi mesi di cruda, patriarcale e oppressiva gestione talebana. Nulla è cambiato.

“Bisogna garantire diritti. Non si torna indietro di vent’anni” ha detto Draghi in conferenza stampa ma la realtà pare andare in direzione opposta.

Tra le priorità venute fuori dal summit – che Draghi ha definito “un successo: c’è stato accordo, convergenza di vedute” – sicuramente la necessità di impedire il collasso economico del Paese asiatico, tutelando il sistema sanitario e quello bancario.

In secondo luogo, la gestione dei flussi migratori, rispetto alla quale pare essere stato raggiunto un compromesso: i Paesi vicini, confinanti – Pakistan e Iran in particolare – dovranno collaborare, come richiesto espressamente dalla Russia, alla gestione degli afgani che lì hanno trovato riparo ma sarà comunque consentito, a chiunque lo voglia, di istituire dei corridoi umanitari – l’hanno già promesso Italia, Germania, Regno Unito – che permettano uno spostamento sicuro ed una vita temporaneamente più tranquilla a coloro che vogliono spostarsi.

Questo è quasi un punto d’onore nel patto stipulato coi talebani: o consentono lo spostamento di chi vuole andarsene e soldi non ne vedranno mai, in sintesi.

Sul riconoscimento del governo, infatti, Draghi è categorico: “è molto difficile capire come poter aiutare il popolo afghano senza il coinvolgimento del governo talebano, ma per un riconoscimento la decisione politica sarà assunta solo quando la comunità internazionale vedrà progressi sui diritti umani, quelli delle donne, le libertà individuali. Progressi che per ora non vediamo”.

Perché è stato, in un certo qual modo, un vertice spuntato? Essenzialmente perché mancavano Putin – che non era rappresentato nemmeno dal suo Ministro degli Esteri Lavrov – e Xi Jinping, vale a dire due dei più importanti scacchisti nella geopolitica attuale.

Wang Yi, che di Xi era il delegato, ha comunque fatto notare che occorre “rispettare la sovranità e la competenza di Kabul” e ha indicato quattro priorità: aiuti contro la crisi umanitaria, sviluppo aperto e inclusivo, tolleranza zero nei confronti del terrorismo, sinergia tra tutti gli attori operanti in Afghanistan.

Atteso era anche l’intervento di Biden, dopo la frettolosa fuga americana di metà agosto. La nota della Casa Bianca è stata, infatti, una mera sintesi di quanto i leader si erano detti, senza procedere ad impegni vincolanti o particolari promesse.

È certo che la questione afghana non troverà soluzione in un giorno o due. Ma la strada tracciata sembra quella corretta, soprattutto in riferimento ad un tema. In questi casi, quando colpi di stato o simili stravolgono le sorti di una nazione, spesso la comunità internazionale tende a confondere – dimenticando di distinguere l’errore dall’errante – governi e popoli. Sanzioni, guerre commerciali, dazi, boicottaggi se toccano le classi dirigenti, toccano molto di più la povera gente, che paga colpe non sue, responsabilità che non ha.

Nonostante ciò, la difficoltà a bypassare l’intermediazione politica, spesso, rende impossibile salvare le capre ed i cavoli.

Ora, la comunità internazionale ha dato mandato all’ONU, attraverso le sue agenzie, di operare direttamente sul territorio, fianco a fianco con la società civile, facendo in modo che le risorse, i soldi ed i beni di prima necessità arrivino dove devono arrivare.

Sarebbe il successo più grande.

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