Cosa ci insegna il voto tedesco?

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-di Pierre De Filippo-

Domenica 26 settembre alle ore 18, in ogni comune di Germania si sono chiuse le urne per le elezioni per il rinnovo del Bundestag. Le prime nella storia in cui il Cancelliere in carica – in questo caso, la Cancelliera – non si presenta ai nostri di partenza.

Sì, perché dopo sedici anni di cancellierato e venti da leader del suo partito, Angela Merkel ha appeso la campanella al chiodo, chiudendo la sua lunga epopea, che l’ha vista governare, amata e discussa, in Germania ed in Europa.

Prudente fino all’eccesso, moderata, attendista, Angela Merkel è l’emblema di quel “meglio tirare a campare che tirare le cuoia” di andreottiana memoria, chiaramente in salsa tedesca, che significa, essenzialmente, “siamo talmente forti, talmente robusti, che possiamo prenderci anche la libertà di far passare le tempeste”.

È un Paese diverso la Germania dopo vent’anni di merkelismo: è un Paese più ricco, più forte, con più occupati, più sicuro. Un Paese che ha guardato all’essenziale, al necessario. Ma è anche un Paese poco digitalizzato e nel quale politiche green hanno stentato e stentano ad affermarsi. Cose che, in un altro paese, avrebbero fatto parlare della signora Angela come di una leader conservatrice, di retroguardia, quasi immobile.

Questo il quadro. Ma cosa ci lasciano queste storiche elezioni tedesche? Ci lasciano, innanzitutto, una certezza: il populismo e l’estremismo, se ben affrontati, sono tutto fuorché invincibili. Tanto l’AFD, il partito di estrema destra che fino a qualche anno fa rappresentava un vero spauracchio e viaggiava su cifre intorno al 20%, tanto la Linke, l’estrema sinistra, saranno in questo Parlamento – sempre che Linke riesca, alla fine, ad entrarci, ancora non è detto – ininfluenti. Il cordone sanitario che le tiene fuori è così possente da non poter essere scalfito.

Ci lasciano anche delle dichiarazioni forti di molti dei leader in gioco: Armin Laschet, l’erede designato della Merkel, è ben conscio che il suo partito, la CDU, raggiungerà il suo minimo storico ed ha già detto che il risultato non lo soddisfa; Annalena Baerbock, la giovane leader dei Grune, i Verdi, ha dovuto ammettere che, nel volgere di qualche mese, il suo partito, ha perso circa il 10% dei consensi, abbandonando l’eccitante idea di poter pretendere il ruolo della Merkel; per i dirigenti della Linke le elezioni sono state addirittura “una schifezza”, poiché dagli exit poll oscillano ancora su e giù il 5%, soglia minima di sbarramento sotto la quale nessun seggio viene conquistato.

Ci ha lasciato ancora un Paese che, a meno di clamorose alleanze oggi impensabili, non cambierà la sua fisionomia e la sua posizione sui grandi temi e sui grandi dossier: atlantismo ma occhio a come si muoverà Putin, soprattutto rispetto all’approvvigionamento energetico; occhio al bilancio, limite all’indebitamento e austerità come perno fondamentale; manifattura, export, servizi.

La Germania post-Merkel cambierà poco.

Cambierà tanto, invece, in termini di riconoscibilità: chiunque prevarrà alla fine, sarà certamente Cancelliere tedesco – e questo qualcosa vorrà pur sempre dire – ma non avrà, perché dovrà conquistarsela, quella autorevolezza con la quale la bionda Angela partecipava ai summit; anzi, quella autorevolezza – per citare un bel film – che le consentiva non solo di organizzare e partecipare ai summit, ma anche di farli fallire.

Armin Laschet s’è trovato – come spesso accade agli eredi di campioni del loro tempo – nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. Ma qualcuno doveva pur starci.

Olaf Scholz, vicecancelliere e candidato per la SPD, è parso, invece, il vero, autentico prosecutore dell’operato della Merkel e, per questo, è stato premiato.

Scholz ci lascia anche l’ultimo insegnamento di queste elezioni tedesche: si può, per anni, essere il numero due di un governo in cui si è in minoranza – dal 2013, la Germania era governata dalla Grosse koalition, con i socialdemocratici “a fare da stampella” si direbbe in Italia ai cristiano-democratici – senza perdere consensi, calma e reputazione; senza farsi prendere dalla fretta e dall’ingordigia. Pazientando.

Olaf Scholz, il temporeggiatore, ha pazientato e, con molta probabilità, grazie a questa dote sarà nuovo Cancelliere di Germania.

 

 

 

 

 

 

“Angela Merkel – World Economic Forum Annual Meeting 2011” by World Economic Forum is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

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