Alitalia: una storia di accanimento terapeutico?

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-di Pierre De Filippo-

Tra le parole di Draghi, una ha avuto un peso specifico maggiore delle altre: “discontinuità”.

Nella gestione dello spinoso dossier Alitalia – da anni sulla cresca dell’onda, manco fosse “L’estate sta finendo” dei Righeira – la parola discontinuità non l’abbiamo sentita spesso: troppo pericoloso affrontare la questione una volta per tutte, in maniera risolutiva; sentenziava un vecchio politico francese che –non esiste alcun problema in politica che non possa essere risolto rinviando qualsiasi decisione al riguardo-. Ecco, Alitalia pare proprio l’emblema di questa massima.

A che proposito, Draghi ha parlato di discontinuità? Rispetto alla italica prassi fatta si salvataggi in extremis, di fondi a pioggia, di piani industriali improvvisati, di deroghe su deroghe.

Gli ultimi elementi di continuità li abbiamo avuti con il Decreto Cura Italia, del mese di marzo, e poi con il Decreto Rilancio, convertito a luglio: oltre 3 miliardi di euro per nazionalizzare la compagnia, la cui gestione sarebbe stata – nelle intenzioni del precedente governo – a totale o maggioritaria partecipazione pubblica.

Ma facciamo un passo indietro: da quando Alitalia è entrata in crisi? A quanto ammonta l’esborso che le casse pubbliche hanno dovuto sobbarcarsi? Come e perché siamo arrivati a questo punto?

Il primo periodo di grande incertezza, e di difficoltà, segue la crisi petrolifera del 1973, il cui sconvolgimento per l’economia è stato ben maggiore rispetto a ciò che si può immaginare; dal 1974 al 2018 lo Stato italiano ha speso per Alitalia 10,6 miliardi di euro, 9,4 dei quali poi tradottisi in oneri netti (debito per lo Stato, mentre il restante 1,2 miliardo ha rappresentato un guadagno, frutto di vendite azionarie sul mercato e di dividenti incassati).

Come si diceva, prestiti ponte, casse integrazione, amministrazione straordinaria prima e dopo la privatizzazione – che non ha poi avuto seguito – datata 2008. In sintesi, un gran macello economico, industriale, occupazionale e di prospettiva di lungo periodo.

Ad ottobre 2020, nel frattempo, s’è costituita la newco, ITA, che beneficerà dei 3 miliardi previsti dal Decreto Rilancio; in dicembre, il piano industriale è stato inviato alla Commissione Europea ed è ancora soggetto ad un giudizio definitivo.

E ora cosa succederà? In cosa consisterà la “discontinuità” di cui tanto si parla?

Sabato, 27 febbraio, Draghi ha convocato i tre ministri interessati al dossier, Franco dell’Economia, Giorgetti del MISE e Giovannini delle Infrastrutture per discuterne.

Si è pensato di trasferire da Alitalia ad ITA il ramo aviation (aerei e flotta), per permettere sia un travaso di fondi tra le due compagnie e sanare, per quel che si può, i conti di Alitalia (il venditore, in questo caso), sia per porre al riparo almeno una parte dei diecimila assunti, i quali, diversamente, pagherebbero le estreme difficoltà della compagnia di bandiera che, riposto il tricolore, rischia di alzare quella bianca.

In secondo luogo, il non aver fatto riferimento agli altri due segmenti di questo mercato – la manutenzione e l’handling (i servizi a terra) – risponde ad una evidente esigenza politica: solo in questo modo, l’inflessibile commissaria alla concorrenza, la danese Margrethe Vestager, darà il suo placet al piano.

Quale sarà il futuro di Alitalia?

Secondo alcuni, questo “spezzettamento” (aviation da una parte e manutenzione e handling da un’altra) servirà a rendere più agevole la sua vendita sul mercato.

Secondo altri, invece, le voci emerse dall’ultimo incontro governativo, secondo le quali sarebbe stata ribadita la -volontà di confermare un vettore nazionale del trasporto aereo-, farebbero prefigurare non una vendita ma una partnership con Lufthansa, il colosso tedesco.

Nascerebbe Luft-Alia, che godrebbe della solidità tedesca e della “leggerezza” italiana, che impiegherebbe soltanto i suoi mezzi.

In questa maniera, la compagnia di bandiera – alla quale tutti pare tangano tanto – rimarrà in piedi, per quanto rimpicciolita e ripulita ed il contributo statale dovrebbe, così, finalmente interrompersi.

Speriamo davvero di essere giunti al fatidico –e vissero tutti felici e contenti-.

ERIC SALARD from PARIS, FRANCE, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons

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