Nobildonne, gioielli e rose

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Una donna, il suo gioiello e la sua rosa-di Clotilde Baccari-

“Una rosa non ha bisogno di predicare/ si limita a diffondere il suo profumo” .(Mahatma Ghandi).             

Regale, ricca, pomposa, in  fiori a grappolo di color rosa brillante con lievi striature vermiglie, con corolle morbide poggiate su un fogliame di un verde intenso, la rosa rampicante  Madame de Sévigné, classe Bourbon, inebriante nel suo profumo speziato ed intenso, fu ibridata nel 1874 in Francia da Robert e Moreau , ritrovata  poi successivamente nel roseto l’Hay-les –Roses, nella periferia di Parigi, da Andrè Eve, noto ricercatore di rose, incaricato dalla città di Grignan, luogo in cui morì la marchesa francese, di individuare la Rosa Madame de Sévigné, per celebrare nel 1969  la memoria della nobildonna a trecento anni dalla sua scomparsa.

Una rosa Bourbon, incrocio tra una rosa damascena e una cinese, una di quelle che prendono il nome dalla piccola isola di Bourbon, al largo della costa sud orientale africana non lontano da Mauritius. Il fiore è pieno, di forma globosa, ha i petali disposti ad anello, con al centro un bottone di stami, quasi a forma di sfera con i suoi petali arrotondati e riflettenti…una perfezione e uno splendore che rappresentano l’armoniosa completezza di Marie de Rabutin Chantal, la colta e bella discendente di una nobile famiglia borgognona, rimasta molto presto orfana ma anche, precocemente, vedova del consorte marchese de Sévigné.

Marie de Rabutin  è stata  una di quelle donne cui la rosa  ha reso onore, con la sua bellezza e con il tributo dei vivaisti, consentendo di contribuire ad una degna memoria di genere alla botanica prima ancora che alla società, alla politica e alla storia.

Interessante per la sua bellezza, solare nella curata eleganza, di intelligenza versatile, capace di stabilire conoscenze coinvolgenti ed emotivamente significative  grazie al suo giusto rapportarsi alla politica dell’epoca, alla cultura europea, alla vita familiare, al mondo della cultura, Marie de Rabutin –Chantal, marchesa di Sévigné, in pieno Barocco fu tra le donne più apprezzate di Francia per il suo celebre epistolario, colto e raffinato, che rappresenta un esempio straordinario dal punto di vista letterario sia per lo stile sia   per il notevole numero di lettere scritte , fra le quali le più famose e appassionanti sono quelle alla figlia lontana, Françoise de Grignan, con cui ebbe una corrispondenza che durò circa trent’anni.

Le 1115 Lettres (Lettere, di cui 798 alla figlia) sono cariche  di tenerezza, intensità religiosa, fresca ispirazione, autenticità di sentimenti, vivacità di immagini, scritte con uno stile che, pur nutrito di studio e di contenuti ben elaborati, scorre con leggerezza e naturalezza.

La sensibilità che traspare dai testi insieme alla lucida contezza politica rende onore al raffinato e, nel contempo, spontaneo acume femminile,manifestando una genialità connessa sicuramente al privilegio di cui l’autrice potè godere tale da averla  fatta vivere accanto ai grandi del suo tempo, nell’età classica del Seicento francese.

Nelle sue memorie Talleyrand racconta che “le conversazioni tra madame de Sévigné, madame de la Fayette e il duca de La Rochefoucauld furono una delle vette della civiltà francese nei due secoli d’oro, XVII e XVIII”.

A partire dagli anni Settanta del 1600 queste conversazioni – quando i tre erano a Parigi – “si svolgevano quasi ogni giorno nel salotto o nel giardino – a seconda della stagione – della casa di madame de La Fayette in rue de Vaugirard: ci sembra di vedere madame de Sévigné nell’atto di raggiungere gli amici portando con sé il suo corteo di stati d’animo e il suo arsenale di notizie e di osservazioni irresistibili”, suggerisce l’autrice Benedetta Craveri ne La civiltà della conversazione. (Adelphi)

Se l’anarchica, attivista e saggista russa, Emma Goldman diceva – Preferisco avere rose sul mio tavolo piuttosto  che diamanti sul mio collo – non era così per Marie de Rabutin Chantal  che, con grazia e raffinatezza, fu la prima ad indossare e a diffondere la moda di un particolare monile, una spilla a fiocco da appuntare al corsetto; un decoro di più fili rigidi, coperti di pietre preziose con le cocche rivolte verso il basso. Un gioiello delicato, non invasivo né condizionante, semplice ed elegante,  espressione della versatilità e della discrezione della marchesa ma anche nodo metaforico della ricercatezza dell’epoca, mediatore tra la ricchezza esteriore di una società e, nel contempo, della sensibilità interiore di una donna.

Il monile divenne così famoso come tipo di gioiello che Carlo Alberto di Savoia lo regalò, in occasione delle sue nozze a Maria Teresa D’Asburgo, motivo per cui la spilla prese il nome “nodo d’amore”. La spilla Sévigné è un gioiello carico di senso che ancora oggi conserva in sé incantesimo, bellezza ed eleganza, quella stessa ricchezza serbata tra i petali e nell’inebriante profumo  della magnifica rosa dedicata alla colta e raffinata dama.

“Sono più miti le mattine/ e più scure diventano le noci/ e le bacche hanno un viso più rotondo,/ la rosa non è più nella città./ L’acero indossa una sciarpa più gaia,/ e la campagna una gonna scarlatta./ Ed anch’io, per non essere antiquata,/ mi metterò un gioiello”.

Se non c’è la rosa, Emily Dikinson utilizza un gioiello per vivacizzare il suo aspetto e agghindarsi come fa la natura  con i frutti e le bacche autunnali…Anche per Maria Carolina di Borbone non si può prescindere da  un trinomio fondamentale: donna, rosa e gioiello con la bellezza come  comune denominatore.

Un perfetto esempio di gioielleria  nella sua fattura è la collana con la parure di orecchini  di Sothesby’s, (immagine riitrovata sul webzine italiano dedicato all’alta gioielleria, High Jewellery Dream di Claudia Carletti Camponeschi), venduti a Ginevra il 15 novembre del 2017, al prezzo di $1,657,138.

Magnifici gioielli, nobili monili per lavorazione e per la regale  partenenza, risalenti alla metà del XIX secolo, la collana incastonata con diamanti rosa, con pietra a cuscino con pendenti staccabili e smeraldi a forma di pera, proveniva  dalla collezione di Maria Carolina, duchessa di Berry, cresciuta tra Napoli e Palermo, figlia di Francesco I, re  delle Due Sicilie e di Maria Clementina d’Asburgo, nonché sposa di  Carlo Ferdinando di Berry, erede al trono di Francia .

Bella, armoniosa, elegante nel portamento, personalità di spicco per la sua intelligenza, determinatamente testarda, la signora della Vandea, la guerrigliera del re, la furente vessillifera del partito legittimista francese, vantava una  folgorante bellezza pur essendo di piccola statura e fu costantemente nutrita da una sfrenata spregiudicatezza dettata dalla  decisa volontà di avversare Filippo d’Orleans, che nel 1830 si era impossessato del regno, serbando sempre  il tenace progetto di portare sul trono di Francia il figlio, Enrico di Chambord,” ultimo discendente di Luigi di Francia” di gaddiana memoria,” ultimo Borbone”, “ultimo re di Francia legittimo” (Claudia Gualdana,Eva e la rosa), il “figlio del miracolo” così detto poiché nato dopo la morte del padre, ucciso da un sellaio all’uscita dell’Opéra ma anche poiché la sua nascita avrebbe dovuto continuato la linea diretta borbonica di Luigi XVI di Francia.

La nostra duchessa sposò in seconde nozze Ettore  Lucchesi  Palli, l’uomo che la salvò dall’onta di una gravidanza illegittima e che le diede la gioia di altri figli insieme ad una vita di grande vivacità culturale e di elevatissimo livello. Fu una mecenate instancabile per pittori, letterati e musicisti come Rossini e persino Carlo Alberto di Savoia subì l’incantesimo del suo fascino.

Fu appassionata di fotografia, arte allora nascente, istituì una biblioteca nel suo  castello di Rosny, e cultrice di botanica, progettò persino un giardino. Trascorse una  vita non facile nel tumulto e nel turbinio degli intrighi, tra battaglie, colpi di stato, rivoluzioni e misteri ma sentì anche la dolcezza dei petali di rose, quando al suo passaggio in ogni angolo della Francia a profusione piovevano dagli archi di trionfo; provò la piacevole sicurezza di essere ammirata nella bellezza dei suoi diciotto anni con i biondi cappelli appuntati di rose e di perle; potè godere della dolce pienezza provata tra le rose del giardino della Bagatelle e della calda eleganza di regali palazzi.

Ora nel lusso delle corti ora nella solitudine della prigione e nella  malinconia dell’esilio, tra Napoli e Palermo, in Francia, in Italia, in  Scozia e ancora a Venezia e poi  a Trieste…

I versi di Umberto Saba così descrivono la sua Trieste……,quella stessa città che aveva ospitato la contessa di Berry:C’è a Trieste una via dove mi specchio / nei lunghi giorni di chiusa tristezza; /si chiama Via del Lazzaretto Vecchio. / Tra case come ospizi antiche uguali, / ha una nota, una sola, d’allegrezza; / il mare in fondo alle sue laterali. / Odorata di droghe e di catrame / dai magazzini desolati a fronte, / fa commercio di reti, di cordame / per le navi: un negozio ha per insegna / una bandiera; nell’interno, volte / contro il passante, che raro le degna /d’uno sguardo, coi volti esangui e proni / sui colori di tutte le nazioni, /le lavoranti scontano la pena / della vita: innocenti prigioniere / cuciono tetre le allegre bandiere.

Solo lontanamente si avverte nei versi del poeta  la forza, la cultura, la vitalità, il fervore politico di quella città che ospitò Maria Carolina di Borbone. E’  proprio in quella via Lazzaretto Vecchio che Umberto Saba ci descrive nei suoi versi, il palazzo in cui si stabilì la duchessa di Berry, precisamente al numero 24. Nelle sale di quella dimora storica  prese  vita, grazie al mecenatismo di Carolina, uno dei più esclusivi, colti ed ambiti salotti triestini dell’800, con ospiti illustri come l’ammiraglio austriaco Tegethoff, tristemente noto agli italiani per aver loro inferto una dolorosa sconfitta a Lissa, famosi esploratori, reali come l’imperatore Francesco Giuseppe, illustri personaggi che hanno tessuto la storia d’Europa.

L’indomabile temperamento della nostra straordinaria  Carolina  e le sue ardite scelte politiche, forse, sono riportate nei libri di storia ma la sua bellezza è, sicuramente, resa viva e fruibile  nel profumo, nel portamento e nell’incanto della rosa che porta il suo nome.

La Duchesse de Berry è una rosa gallica rampicante con un fiore doppio ma non molto grande con fitti  petali, arricchita da  un fogliame verde scuro, con pochissime spine. Il rosista Vibert, che nel 1820 dedicò questa rosa a Carolina, la conobbe di persona e forse vide in quel fiore bello ma non invasivo, nel suo profumo persistente ma delicato, nelle spine rade ma capaci di pungere, nel folto e caldo fogliame, nella forza di arrampicarsi, tutte le caratteristiche di quella donna, una bellezza composta ma suadente, un entusiasmo sfrenato ma costruttivo, la forza di affrontare le difficoltà e di superarle, la capacità di immergersi nel grande mare della vita restando sempre vigile nonostante i colpi violenti della sorte, la socievolezza elegante e costruttiva di una personalità che si nutrì sempre di bellezza, di stupore e di amore dipingendo la vita delicatamente con quei tratti cromatici così frequenti in quelle tele floreali del suo maestro di colore, il grande Pierre -Joseph Redonté, il Raffaello dei fiori che, nel dipingere ogni figura femminile, dosò sulla tela la bellezza della rosa e la preziosità di un gioiello.

 

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Foto di Madame de Sévigné: Claude Lefèbvre, Public domain, via Wikimedia Commons,https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Marquise_de_S%C3%A9vign%C3%A9.jpg.

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Immagine di Maria Teresa d’Asburgo.Di Martin van Meytens – Buchscan, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=68471

Claude Lefèbvre, Public domain, via Wikimedia Commons

Collana foto 

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