Le Rose Centifolie, una storia sospesa

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– di Clotilde Baccari-

Il culto della rosa dal medioevo fino ad oggi ci ha regalato rose dipinte, scolpite, stampate in delicate fantasie su tessuti, riproposte sulle tele di artisti, a decoro di pannelli di arredo, in forma allegorica, devozionale, artistica ed estetica fino a diventare, oltre la propria  naturale connotazione botanica, protagoniste anche su piatti e servizi da tè, zuccheriere e alzatine, vassoi ed eleganti anfore. Anche in questa sua ulteriore narrazione di sé, la rosa  suscita stupore, meraviglia, ammirazione nel suo essere  esempio   di eleganza, raffinatezza ed espressione  di un’arte, quella decorativa,  resa ancora più delicata dal suo colore per antonomasia, il rosa, in tutte le tonalità dell’aurora su bellissime porcellane  e maioliche.

Quel fiore, così carico per tanti secoli di connotazioni allegoriche e di messaggi moralistici, tra il XVII e il XVIII sec. diventa veicolo di allegria per la vista e di piacevolezza  per l’uomo che, a seguito della cultura illuministica, comincia ad apprezzare la realtà nella sua piena entità e in particolar modo  i fiori  grazie alle numerose  stampe floreali e alle puntuali illustrazioni dei testi botanici di notevole valore scientifico.

La porcellana diventa occasione di rappresentazione del bello: da Sevres a Meissen, dalla porcellana inglese a quella tedesca fino a quella italiana, i laboratori delle fatture più importanti  propongono oggetti di particolare ricercatezza in tutte le sfumature di rosa con sfondi brillanti per rose delicate, importanti, romantiche, ricche nelle loro folte  corolle  o nella essenziale semplicità delle rose antiche.

L’Italia vanta manifatture di porcellana molto prestigiose come quella di Richard Ginori, azienda che  deve la sua fortuna a Luigi Tazzini che, di ritorno dall’ esposizione universale tenutasi nel 1900 a Parigi, propose  lo stile in voga in quegli anni realizzando un artigianato d’arte, con splendidi pezzi caratterizzati da pennellate artistiche sensuali e sciolte, grazie alla tecnica del “pennello quadro”, a punta quadrata, ben acquisita da giovanissimi  artisti,  detti poi  “I fioristi”.

Straordinari i portavasi di fattura classica  realizzati nella metà del ‘900 in porcellana bianca dipinta a mano con decori floreali. Bellissime le rose antiche come decoro: sapienti pennellate ne tracciano i petali con un raffinato alternarsi di cromie dal rosa al verde muschio fino al brillante bianco di fondo. Erano questi prodotti certamente non destinati al comune acquirente ma venduti solo nei negozi Ginori oppure nelle gioiellerie poiché ogni pezzo era un’opera unica come un gioiello.

Ben presto anche la ceramica diventerà una galleria di fiori ma soprattutto di “rose che con la loro rappresentazione sempre diversa nel corso di decenni, sembrano quasi incarnare il passaggio da una epoca all’altra, in bilico fra un certo spirito libertino fin de siecle e la nuova esigenza di irreprensibilità borghese.” Dalle sontuose Centifoliae gonfie di petali, insomma, carnali come una scollacciata marchesa di Francois Boucher,  alle castigate roselline di Biedermeier di  Vienna, vivida trasposizione in campo floreale della linda ed appagata borghesia mitteleuropea, si può cogliere tutto il senso di un’epoca in rapida trasformazione sociale”.

Il decoro a fiori naturalistici si sviluppò anche in ceramica nel XVIII sec. in Europa, soprattutto a Strasburgo dove fu usata  la tecnica “del piccolo fuoco”  che consentiva una gamma maggiore di colori vivaci. In  Italia  fu introdotta da Simpliciano Ferretti nel ’700 a Lodi nella sua azienda in cui, grazie all’uso del cloruro d’oro fu resa possibile la realizzazione di magnifici decori con rose di varie tonalità e sfumature di rosso, dal rosa al porpora.

Il decoro “alla rosa” diventò nel XVIII sec. un elemento molto frequente e ampiamente utilizzato su scala quasi industriale in tutte le aree ceramiche italiane: la produzione a Pordenone della azienda Galvani, fondata nel 1811 e ceduta nel 2000 alla Tognana, si identificò con il decoro della rosa dipinta con un rosso di una particolare tonalità detta “rosso Galvani” che con  tratti svelti e leggeri, nel suo essere un po’ stilizzata, riprendeva la più comune, la più antica, la più dolce rosa, la centifolia che sarà scelta come una costante anche nella ceramica pesarese.

La rosa di Pesaro riscosse nel tempo un tale apprezzamento per il misurato equilibrio, così ben calibrato, sia nell’essere dipinta con altri fiori  che nella sua solitaria eleganza su brillanti fondi monocromatici, da essere ancora oggi, simbolo della intera produzione ceramica pesarese. Da un vassoio di maiolica del 1780, opera di Antonio Scacciani, attualmente conservato al Museo Civico di Pesaro, si evince la  forza dello smalto ”a terzo fuoco” nel morbido alternarsi di azzurri, verdi e nelle sfumate tonalità dal rosa al rosso dalle quali, per effetto sinestetico, sembra quasi diffondersi l’avvolgente profumo della rosa antica.

Quando si parla di porcellana, maioliche, ceramica la Campania può vantare una antica tradizione: la Real Fabbrica della porcellana di Capodimonte, fondata nel 1771 da Ferdinando IV di Borbone, è espressione di tutta la cultura e la creatività europea, del genio italiano, della radiosa solarità campana, dello sfarzo regale ma anche della grande volontà dei Borbone di essere sovrani illuminati.

Carlo di Borbone e sua moglie  Amalia di Sassonia, spinti dal desiderio di realizzare nella loro reggia di Capodimonte, una porcellana simile a quella tedesca, prodotta nella fabbrica di Meissen, ne produssero una che superò addirittura la perfezione tedesca e francese.

La rosa  fu sin dal principio un elemento portante nella produzione della Real fabbrica, a decoro delle grandi specchiere del Salottino di Maria Amalia di Sassonia, nella realizzazione di imponenti servizi da tavola, nella fattura di delicati biscuits  e di ogni forma di vasellame di alto pregio .

Se la porcellana volle essere espressione di una committenza molto esigente, elevata fino alla regalità di una moda europea, di una arte ricca, la ceramica raccolse in sè tradizione cultura, storia e natura del territorio di produzione  .

L’esperienza artistica vietrese, infatti, nella sua lunga e colta tradizione narra se stessa ma il vero stupore è la costante presenza della rosa antica tanto nella porcellana che nella ceramica come τόπος, (topos) decorativo, capace di conservare i suoi tratti nel difficile passaggio dalla tradizione all’innovazione, rispondendo ad  ogni esigenza artistica, in quella lieve semplicità che la ha sempre caratterizzato.

E così, la rosa antica diventa ceramica profumata, paesaggio, fiaba quotidiana, immagine devozionale, la troviamo in dispensa e sulla tavola: le delicate rose sui  piatti di Solimene con le azzurre strisce a contrasto con il loro color porpora e  il verde su cui si adagiano dolci e flessuose, i decori della ceramica Ernestine con le rose stilizzate, semplici, aeree e poi i petali sugli antichi Ogliaruli della seconda metà del XIX sec. realizzati dalle fabbriche Punzi e Taiani con la bellissima centifolia, con avvolgenti petali contornati  da un verde corposo…

La  ceramica vietrese, una fattura di straordinaria vivezza, con i gialli striati e i rossi che dal rosa al violetto sconfinano nel porpora,  una produzione che nelle sue cromie  ci riporta alla dolcezza della scoperta di quelle che sono le infinite  sfumature dell’esistenza.

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Immagine tratta dal testo di M. Bignardi “La ceramica di Vietri sul mare. Figure di una storia sospesa sul Mediterraneo”

Foto  Rose centifoliae Pinterest License

Foto  Rose di Biedermeier CC Pinterest

Rose Galvani https://maisonderose.wordpress.com/2014/04/12/legumiera-in-terraglia-dura-galvani/

Vassoio di maiolica di Antonio Scacciani Mater Ceramica.org

Salottino di porcellana di Carlo di Borbone e Amalia di Sassonia -Sailkoderivative work: VanVitello, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

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