La bellezza senza tempo delle rose

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-di Clotilde Baccari-

Le rose si sono svegliate di buon mattino per fiorire e sono fiorite per invecchiare. In un bocciolo hanno trovato la vita e la morte (Calderòn de la Barca)

Simbolo della realtà in divenire, la rosa riassume la totalità dell’esistere e la vita è fatta di tante opportunità per gioire e condividere gaiezza.

 

La rosa è il fiore che più di ogni altro, nella storia dell’umanità, ha espresso la piacevolezza, l’allegria della convivialità, l’eleganza degli eventi pubblici, la devozione nelle cerimonie sacre. La regina dei fiori, come amava definirla Achille Tazio, retore e romanziere greco, forse di origine alessandrina, nel suo profumo e nella sua bellezza vince ogni confronto.

Fiore dei fiori, primeggia bellissima nella danza dei fiori raffigurata nel fregio marmoreo del VI sec. a. C, con figure femminili danzanti, rinvenuto in Asia Minore, nei pressi di Mileto e, oggi, conservato al British Museum.

L’abbondanza dei petali di rose diviene, nel mondo classico, un fondamentale decoro dei banchetti: nell’editto di Diocleziano, le rose, sole tra i fiori, compaiono tra le merci sottoposte a calmiere e, quindi, di largo consumo.

Significativo per intendere l’utilizzo delle rose nel mondo romano è il maestoso dipinto di Sir Lawrence Alma Tadema, Le rose di Eliogabalo, assoluto capolavoro in cui l’artista coglie l’estetismo dell’imperatore, cultore della bellezza in ogni sua forma, solito organizzare fastose feste, al termine delle quali soleva offrire doni ai suoi invitati, spesso immergendoli in un vero e proprio bagno di petali di rosa. Il dipinto, che esalta notevolmente la presenza floreale degli odorosi petali che con i loro effluvi afrodisiaci e inebrianti avvolgono fanciulle e prestanti giovani con il capo cinto di corone floreali, trasmette pienamente l’allegria del gioco di cui gode l’imperatore insieme ai suoi ospiti

Anche il fervore religioso nel mondo classico offre l’opportunità di notevole sfoggio di rose nella consuetudine di farne omaggio agli dei in armonia con il gusto e la ricercatezza dei romani, come ben commenta Plinio nel suo Naturalis Historia al cap. XXI, intitolato Naturae Florum et coronamentorum, in cui concentra l’attenzione sull’uso a Roma delle corone floreali e la scelta dei fiori per la loro realizzazione.

E   che dire dell’utilizzo delle rose per ricavarne essenze? Sembra che il fascino della rosa, oltre che alla sua bellezza e alla varietà di colori, sia legato al suo aroma e al suo profumo: Santa Ildegarda di Binghen, scienziata e religiosa del Medio Evo nel 1100, consigliava alle persone irascibili di ridurre in polvere un po’ di rosa e un po’ meno di salvia e poi avvicinare il composto alle narici per ritrovare il dovuto equilibrio –grazie al dolce profumo della salvia che consola e quello della rosa che rallegra-.

Davvero delicato e dolce il profumo dell’acqua di rose ma molto inebriante è l’effluvio dell’olio di rosa la cui distillazione, nata in Persia, è legata ad una scoperta casuale, riportata da Padre Catron nella Storia generale del Mogol: –la principessa Nourmanthal ,  per festeggiare il 17° anno di regno del suo sposo regale, fece riempire di acque di rose un canale appositamente scavato nel giardino della reggia percorrendolo in barca con il Gran Mogol. Il colore del sole favorì la separazione dell’olio essenziale che si isolò dall’acqua di rose galleggiando in superficie. Raccolto l’olio e trovatolo molto odoroso, venne in seguito sistematicamente separato dall’acque di rose e furono perfezionati i sistemi di distillazione, punto di partenza della profumeria moderna.

L’aroma della rosa è frequentemente ricordato anche da Marco Gavio Apicio, noto gastronomo dell’antica Roma e artista nello stupire i suoi commensali; il primo chef stellato della storia, nel suo manuale di arte culinaria, il De re coquinaria, ricorre sovente alle rose per aromizzare, oltre i cibi, anche il vino e l’aceto…

E allora, proviamo a farlo anche noi, seguendo i suoi consigli: – prendete tre rose non trattate, staccatene i petali e infilateli in una gugliata di filo. Immergete questa corona di petali in un litro di vino rosso e lasciatelo a macerare sette giorni. Questa operazione dovrete ripeterla altre due volte. In tutto occorreranno circa dieci rose: tolta l’ultima corona di rose, scaldate due cucchiai di miele e aggiungetelo al vino.-

A questo punto con il vino speziato alle rose possiamo brindare alla primavera e alla vita.

 

 

 

 

Serena Naimoli, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

 

 

 

 

 

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