Intervista esclusiva a Ismete Selmanaj Leba, vincitrice del Premio Internazionale Books For Peace 2020.

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di Denata Ndreca

Dedico questo Premio a chi è costretto a lasciare il suo paese per andare altrove e diventare “straniero”, ma “straniero”, oramai, anche nella sua terra di origine, quando riesce a farvi ritorno”. In questo romanzo le sponde dell’Italia, il mio Paese d’adozione, e dell’Albania, il mio Paese natio, si uniscono come in un ponte che nonostante tutte le difficoltà, legga i popoli e ci insegna che “tutto il mondo è paese”.

 Sono parole forti, quelle di Ismete Selmanaj Leba, scrittrice albanese che vive in Italia dal 1992, e vincitrice del Premio Internazionale “Books For Pace 2020” – “Libri per La Pace 2020”, con il suo ultimo lavoro: Due volte stranieri” – dedicato alle persone che si prodigano con umiltà e perseveranza per La Pace dei Popoli, Sezione Romanzi – Raziale.

Parole che arrivano al cuore con il lancio di un arco che si chiama vita e che portano con loro la testimonianza e la ricerca dell’uguaglianza, un grande messaggio per il lettore.

“Due volte stranieri” – Besa Editrice, è un libro di denuncia, ma anche di speranza e di fiducia.

È diverso da quelli che ho scritto in precedenza, per due ragioni principali; la prima è lo stile narrato, perché è scritto in prima persona. La seconda, è, che tra le varie storie che compongono il romanzo, ci sono diversi episodi veri della mia vita.  I ben informati per quanto riguarda lo stile narrato, sostengono che sia un grosso rischio per un autore scrivere in prima persona. Quando scrivo non penso mai al “rischio”, ma se quello che metterò nero su bianco, piacerà o meno. Scrivo perché ho dentro di me qualcosa da raccontare, è una necessità.    

La storia della protagonista del libro, Mirela, è una storia qualsiasi, di cose quotidiane, cose capitate a lei e a suo marito, ma che potrebbero capitare a chiunque; a chiunque venga in questa terra, da straniero; a chiunque di noi vada fuori dal suo paese. Subiscono infinite vessazioni e devono lavorare duramente facendo i lavori più umili, nonostante siano laureati tutti e due, ma loro affrontano con dignità e onestà. Sanno apprezzare le persone che sono loro vicine, e sanno dividere i buoni dai cattivi, indipendentemente dalla nazionalità. Sono consapevoli che l’uomo, è di natura un po’ diffidente davanti a una novità, a un evento sconosciuto o ad una persona che arriva da un altro paese e porta con sé una cultura diversa dalla sua. Noi albanesi sappiamo bene che vuol dire essere diffidenti con lo “straniero”. Ci domandavamo spesso durante il regime che aveva chiuso i confini con il filo spinato: “Cosa c’è oltre il confine?” Per il regime, fuori al filo spinato c’erano i nemici del comunismo, i revisionisti, i capitalisti. La stessa domanda credo la facciano tante persone in Italia per gli stranieri che arrivano nel Bel Paese. Oltre il confine, c’ero io, mio marito, i nostri familiari, i nostri amici e conoscenti che, arrivati in Italia, portammo un po’ della nostra cultura, delle nostre tradizioni. Abbiamo trovato qua, una cultura millenaria, tradizioni che abbiamo fatte nostre, unite alle nostre. 

La diversità tra culture, è qualcosa da valorizzare, e non un impedimento. Cercare di conoscere queste diversità, ci aiuta a capire. Se ci rifiutiamo a priori, avremmo sempre addosso questa paura dell’altro che, altro non è che il vuoto delle nostre conoscenze. Le culture umane offrono un’incredibile varietà di usi e costumi che possono sembrare talvolta assurde se osservate dall’esterno, ma restano irrimediabilmente affascinanti. La conoscenza ci salverà dai pregiudizi.

Contribuire a far conoscere con la propria scrittura, la cultura e le tradizioni del proprio paese natio e, ricevere questo grande riconoscimento, mi riempie d’orgoglio, e allo stesso tempo, mi mette davanti ad una grande responsabilità.

 –“Due volte stranieri”, è il destino di ogni emigrante, di vite e di sogni che, ognuno di noi ha messo da parte. La mia domanda è: – Si vola con le ali, o con le radici?

Ogni capitolo del libro contiene un proverbio di mia nonna; rappresentano e tengono vivo quel legame con la terra madre, con gli insegnamenti della mia famiglia di provenienza e che formano lo zoccolo duro, della formazione della mia nuova famiglia. 

La cultura delle radici non mi ha mai abbandonato e ho imparato a conoscere anche la cultura del paese che mi ha adottato.

Per volare bisogna avere le ali. Puoi volare più in alto che puoi, ma ad un certo punto, bisogna fermarsi nel nido, nella tua casa, nelle tue radici, per poter riprendere il volo di nuovo.

Ismete Selmanaj Leba, scrive in entrambe le lingue. È autrice di romanzi pubblicati in Italia e in Albania. “Verginità Rapite”, “I bambini non hanno mai colpe”, “Due volte stranieri”e racconti.

“Gjembi dhe trëndafilat” (La spina e le rose), “Kokat e dy lejlekëve të purpurt” (Le teste dei due aironi rossi).

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