Vivian Maier, una fotografa ritrovata

Marzo 18, 2017 0 Comments Il terzo occhio 463 Views
Vivian Maier, una fotografa ritrovata

In mostra fino al 18 giugno al museo Trastevere, Roma-

 

L’occasione è ghiotta: 120 scatti di Vivian Maier, la tata fotografa, esposti al Museo di Trastevere a Roma fino al 18 giugno. Da non perdere! Perché questa donna, che di mestiere faceva la tata, è stata  una fotografa straordinaria.

Conoscere la sua la storia è interessante perché è lo spunto per fare alcune riflessioni sul mondo dell’arte in generale.

John Maloof, agente immobiliare di Chicago, nel 2007 stava effettuando una ricerca personale su alcuni garage abbandonati e decide di acquistarne uno, per 400 dollari, appartenuto per diverso tempo a tale Vivian Maier. In questo garage Maloof ritrova, inaspettatamente, dei negativi, anzi moltissimi negativi appartenuti a questa sconosciuta tata che, si scoprì avere una grande passione per la fotografia.

In un primo momento fu solo curiosità, ma poi, man mano che procedeva nella visione di quei negativi la curiosità si trasforma in pura passione e cerca di saperne di più su colei che aveva scattato quelle immagini che raccontavano così bene, con tale rara e raffinata eleganza, le atmosfere americane impresse in quei negativi ritrovati per caso. Nasce così “la fotografa” Vivian Maier, per l’interesse e la passione di un illuminato quanto intraprendente agente immobiliare.

Nel 2013 un imponente retrospettiva a Parigi, consacra il valore artistico di questa fotografa oramai celebrata in tutto il mondo come una tra le migliori rappresentati della street photography a livello mondiale.

Esprimere giudizi sul valore artistico delle foto della Maier mi sembra del tutto superfluo. Le trovo bellissime e di grande forza, anche se non escludo che a qualcuno possano risultare non dico indifferenti (questo proprio no), ma poco interessanti. In realtà la storia della Maier è lo spunto per riflettere su quanti errori si commettono nella valutazione di opere d’arte, scoprendone il valore artistico solo dopo la morte dell’autore. Quanta ingiustizia c’è in quello che è accaduto a questa tata. che approfittava delle sue ore libere per esprimere, quasi di nascosto, il proprio genio creativo catturando con l’obiettivo scene, atteggiamenti, espressioni, piccole e grandi gesti che durano solo un attimo e poi sfuggono per sempre. Insomma, il gioco vale la candela e visitare questa bellissima mostra ci offre l’occasione di conoscere una storia davvero singolare ma, purtroppo, neanche tanto rara. Storia che però ci fa fare anche un’altra riflessione: quanti di quelli che oggi si definiscono artisti, sono tali per davvero?

Umberto Mancini

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