Un’intervista a Gianluca Nativo, autore napoletano de “Il primo che passa”

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Sono anni che leggo e frequento librerie e da altrettanto tempo mi pongo sempre la stessa domanda: perché scelgo di comprare o leggere quel libro piuttosto che un altro?

Le librerie per me hanno sempre rappresentato un grande parco giochi dove le migliaia di giostre presenti (i libri), nascondono sorprese che vanno scoperte e cercate, senza sapere cosa aspettarsi.

Questa mia “incoscienza” nel leggere storie e libri che non conosco molto spesso mi ha immerso nella lettura di testi che ho facilmente dimenticato, ma molte altre volte ho avuto delle ottime sorprese.

Qualche mese fa quando sono entrato in una nota libreria di Piazza dei Martiri, il primo scaffale sulla sinistra esponeva ed invitava all’acquisto del romanzo d’esordio di Gianluca Nativo, giovane scrittore napoletano: ho acquistato quel libro ed ancora non so dire perché l’ho fatto. Ma so che a fine lettura sono rimasto soddisfatto, per cui ho fatto bene.

“Il primo che passa” edito da Mondadori per la collana Strade Blu, è il suo primo romanzo. Pierpaolo, il protagonista della storia, ai primi anni di Università, vuole conoscere meglio chi sia davvero. Consapevole della sua omosessualità cerca attraverso incontri casuali di conoscere meglio il suo corpo e di comprendere meglio come funzionino i meccanismi dell’innamoramento.

Attenzione: non vi aspettate un racconto incentrato sul sesso o sull’erotismo. Nulla di “pruriginoso” è nelle pagine di questo libro ed in questo l’autore merita un plauso perché poteva facilmente cadere nella tentazione di scrivere un racconto fatto di sesso e basta: il desiderio raccontato, serve al protagonista per conoscere meglio la realtà in cui è calato quotidianamente, senza necessariamente soffermarsi nella descrizione di incontri fugaci e clandestini.

Il motivo principale che mi ha spinto nell’acquisto di questo libro è che la storia è ambientata a Napoli e sono sempre molto curioso di capire come una realtà così sfruttata, scritta, fotografata e filmata migliaia di volte possa ancora rivelare qualcosa di nuovo. Devo dire che anche in questo il testo di Nativo mi ha colpito: il racconto è chiaramente napoletano e la città è una protagonista fondamentale ma non “invade” il senso del racconto, come spesso mi è capitato di leggere in altri libri ambientati a Napoli.

Grazie ai social media ho contattato Gianluca Nativo e gli ho proposto un’intervista per il nostro giornale che qui vi propongo e lo ringrazio ancora per la fiducia e la disponibilità mostrata.

“Il primo che passa” è ambientato a Napoli ma i soliti stereotipi che vengono spesso usati per raccontarla nel tuo romanzo sono assenti. È stata una scelta precisa? Essere uno scrittore napoletano credo sia secondo, in quanto a difficoltà, solo con l’essere un attore napoletano. Chi fa arte a Napoli si ritrova a fare i conti da un lato con una tradizione molto precisa, cui non si può essere indifferenti, dall’altro deve stare attento a non inciampare negli stereotipi cui molte narrazioni contemporanee ci hanno assuefatti (vedi Gomorra o Un Posto al sole).

Più che una scelta direi si tratta di un’intuizione precisa, dovuta dal fatto che i luoghi raccontati nel romanzo sono quelli in cui sono nato e cresciuto.

Pierpaolo, il protagonista del tuo libro, è irrequieto e alla ricerca di una propria strada. Ma è un personaggio alla ricerca di affetto o vuole usare il sesso per conoscersi meglio? Il sesso, o meglio il corpo, è il suo punto di partenza per arrivare poi a conoscere se stesso. Nel momento in cui non ha alcun punto di riferimento, nessun modello in cui riconoscersi e definirsi, si affida solo all’istinto. Pure il desiderio non è strumento così immediato di conoscenza, anzi. Pierpaolo infatti andando con il primo ma anche il secondo e il terzo che passa imparerà che il desiderio non è un affare così semplice come credeva e che anche il corpo, l’intimità, necessitano di un linguaggio, di un codice da imparare

Il tuo libro, personalmente, mi ha ricordato molti altri scrittori che hanno raccontato l’amore omosessuale. In particolare ci ho ritrovato Pier Vittorio Tondelli soprattutto per le ambientazioni e le atmosfere ed il modo in cui le hai raccontate. Hai dei riferimenti nel tuo modo di scrivere? Il mio riferimento principale è quasi tutto il Novecento italiano. Per una pura questione di lingua. Credo però che per la mia generazione risulti sempre più difficile avere riferimenti puntuali, nel momento in cui la grossa produzione editoriale rende più difficile la percezione verticale di un ipotetico canone personale. Se però penso al mio romanzo, di certo penso a Tondelli, soprattutto per il suo racconto della gayness, o anche ad autori che hanno spesso raccontato il mio territorio: Ferrante, Starnone, Parrella e così via.

“Il primo che passa” è una storia che avresti potuto ambientare in un’altra città?Non credo. Napoli era fondamentale per questo libro. Soprattutto per la sua dimensione erotica.

Gli spazi della narrazione assumono a un certo punto un valore metaforico. Il pendolarismo di Pierpaolo, il suo continuo andare e venire dalla città è anche un continuo muoversi tra l’imbattibilità degli interni (sia dei valori della sua famiglia, sia della casa all’ultimo piano tenuta a lucido dalla madre) e la scoperta verso l’esterno (ovvero quella del sesso, che può avvenire solo nel labirinto della città, lontano dalla casa e dalla famiglia).

Poiché un argomento di attualità ti chiedo cosa ne pensi del DDL ZAN e di tutto quello che i media stanno riferendo a riguardo. La politica purtroppo non riesce a stare al passo con i tempi. Al momento dobbiamo avere fiducia negli attivisti, e in tutte le parti che collaborano affinché il disagio che l’assenza di questa legge crea venga avvertito come priorità.

Il tuo libro è, ovviamente, definito ROMANZO D’ESORDIO. Essere un esordiente ti mette ansia o vivi con incoscienza le aspettative che potresti creare? Essere un esordiente in realtà credo ponga l’autore in una situazione privilegiata, dato che l’esordio suscita in ogni caso curiosità. Non ho particolari preoccupazioni dato che la mia scrittura (ovvero la cosa che mi preoccupa di più) si svolge in una dimensione diversa, in cui non mi pongo aspettative o particolari pretese, ma dove affronto altri ostacoli.

È di questi giorni la notizia che durante quest’ultimo anno di pandemia il mercato dei libri ha conosciuto un incremento pari al 27% delle vendite. Pensi sia un caso dovuto al particolare momento storico che stiamo vivendo o c’è davvero un rinnovato interesse nei confronti della lettura? Credo che la pandemia abbia creato un circolo virtuoso tra editori e librai che hanno saputo reagire al meglio all’emergenza. A dimostrazione che la collaborazione tra le diversi parti di questo settore sia fondamentale per la salute del libro in Italia.

Umberto Mancini

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