L’occhio di Azovstal

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Abbiamo imparato a conoscere l’Ucraina.

Prima di questi giorni atroci e folli sapevamo davvero poco di questi Stato ai confini con la Russia grande il doppio della Francia. Non conoscevamo Kiev, avevamo sentito parlare di Odessa, perché il mare sembra sempre accomunarci tutti, ma di Mariupol, ad esempio, ne ignoravamo l’esistenza.

Non ne avevamo bisogno, ma ancora una volta abbiamo capito quali follie e nefandezze è in grado di partorire la mente umana che può raggiungere vette sempre più basse, dimostrandoci che al peggio non bisogna mai abituarsi.

In questi ultimi giorni tutti abbiamo sofferto per quel gruppo di soldati, rifugiatosi all’interno di una acciaieria per difendersi dall’attacco nemico, ha provato a resistere il più possibile agli atroci attacchi di un nemico che agisce solo seguendo logiche impossibili da comprendere per tutti noi.

In quell’acciaieria un soldato, Dmytro Kozatsky, conosciuto da tutti come Orest, ha voluto attraverso un tweet lasciare pubblicamente una sua testimonianza di quello che stava succedendo dentro l’acciaieria. Un luogo che per quasi tre mesi lo ha protetto insieme a centinaia di commilitoni.

“A proposito, mentre sono prigioniero vi lascio le mie foto in alta qualità, mandatele a tutti i premi giornalistici e concorsi fotografici. Sarà molto bello se vinco qualcosa, dopo essere uscito”.

Più di venti foto caricate in una cartella su Google Drive, attraverso un link pubblico e disponibile a tutti, sono diventate il testamento di questo fotografo-soldato che non ha mai smesso di raccontare le condizioni di vita all’interno dell’acciaieria. “Bene, questo è tutto. Grazie dal rifugio di Azovstal, il luogo della mia morte e della mia vita”, ha scritto nel suo ultimo post su Twitter il giovane combattente. Volti sfigurati, feriti, amputati e cure prive di qualsiasi forma di igiene. Queste sono forse le immagini più atroci di questo ignobile conflitto, e che tutte oramai conoscono come l’”occhio di Azovstal”.

Umberto Mancini

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