Cappella Votiva Ergo Sum

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Circa dieci anni fa decisi di dedicarmi ad un lavoro fotografico sulla mia città per cui macinai molti chilometri a piedi percorrendola sopratutto nei punti per me più sconosciuti.

Decisi di usare il colore rosso come filo conduttore del lavoro ed infatti IN ROSSO era ed è il lavoro del mio primo libro fotografico. Ma non sono qui a ricordare un lavoro ormai datato.

In quel periodo girovagando per la città, nella zona di via Marina per la precisione, ricordo che mi sono imbattuto in un edicola votiva di quelle dedicate ad episodi di delinquenza.

Chi conosce Napoli sa perfettamente che le edicole votive non sono nulla di originale, la città ne è piena ed è facile incontrarne soprattutto se si percorre il centro storico della città.

In quell’occasione fui colpito dalla modernità della struttura: realizzata in alluminio anodizzato, l’immagine iconica della cappella era un foto, anche un pò ingiallita per l’esposizione ai raggi solari, di un ragazzo molto giovane e dai capelli biondi.

Nell’avvicinarmi con la macchina fotografica delle signore del luogo mi invitarono ad andarmene, non volevano che scattassi qualcosa di pubblico, e già questo mi sembrava strano. Parliamo di 10 anni fa e l’egocentrismo dei tempi moderni era sì presente ma non asfissiante come appare oggi.

Io non fotografai nulla ma l’episodio mi colpì perché pur essendo napoletano nato e cresciuto nel centro storico della città, ignoravo il fenomeno delle cappelle votive legate ad episodi malavitosi.

Nel mio caso non so se quella struttura fosse dedicata ad una vittima o ad un carnefice, ma questo poco importa anche se chiaramente cambia il punto di vista sull’episodio in sè. Il vero motivo da approfondire, ancora un volta, è capire l’assenza delle istituzioni. Non parliamo di murales o graffiti più o meno piacevoli, la cappella votiva “delinquente” (chiamiamola così per comodità) è un inno all’arroganza.

Chi si fa carico di realizzare qualcosa del genere ci tiene ad affermare il suo potere e non è assolutamente interessato a capire se può o meno fare qualcosa del genere: chi erige questi piccoli monumenti vuole affermare la propria esistenza ed il proprio egocentrismo.

In tempi in cui i social legittimano il desiderio di affermazione e di prevaricazione attraverso il quantitativo di LIKE ecco che un fenomeno del genere trova terreno fertile soprattutto nelle nuove generazioni che, attraverso il linguaggio dei nuovi mezzi di comunicazione, consente loro di avere un altro canale per legittimare la propria esistenza.

La cosa interessante però di questo fenomeno è che l’esposizione di queste cappelle votive su Instagram, ad esempio, non ha un grande seguito.

Chi le realizza sa di essere qualcuno nel suo quartiere, nel suo condominio, la sua “fama” non va oltre un paio di isolati. Consapevoli del proprio limite cercano una gratificazione nel terreno in cui si sentono forti perché sanno che è lì che il loro valore conta e sono qualcuno: oltre quei confini dovrebbero confrontarsi con una realtà che non conoscono e che forse li metterebbe a confronto con una quotidianità che ignorano. A questo servono: affermare il proprio potere.

Da quello che leggo negli ultimi anni pare che questo fenomeno sia aumentato a dismisura e che finalmente le autorità hanno deciso di far sentire la loro presenza smantellando questi simboli abusivi che celebrano la malavita. Ma possibile che dieci anni fa solo io mi fossi accorto di qualcosa che stava nascendo? Perché si è dovuti arrivare a smantellare oltre cento di queste strutture realizzate alla luce del sole? Perché si è arrivati a questo? Domande che non avranno mai una risposta. Lo Stato che ammette un propio fallimento è qualcosa a cui non siamo abituati.

Anche in questo caso quello che conta è l’immagine, la fotografia celebrativa grande, incorniciata ed esibita che i carnefici usano per affermare il loro potere, mentre se il monumento celebrativo è eretto per celebrare la vittima di un episodio di camorra, in questo caso il senso potrebbe non cambiare: chi si fa carico di erigere queste strutture, da quello che leggo, sono sempre boss locali che in questo modo raccontano in che modo il loro territorio è stato infangato. In entrambi i casi le vittime sono dei ragazzi fagocitati in un sistema dove latitano le istituzioni.

Questo è quello che deve farci riflettere.

Umberto Mancini

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