A 93 anni ci ha lasciato Piergiorgio Branzi

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Il nome di Piergiorgio Branzi a molti non ricorderà nulla.

La ragione è molto semplice: era un fotografo discreto, silenzioso e consapevole. In un’epoca di immagini urlate dai colori sgargianti, specchio di una società basata su di un narcisismo senza confini, un uomo che ha scelto di offrirci il suo punto di vista attraverso delle immagini in bianco e nero, è fuori dal tempo. Branzi è, anzi era, uno di quei personaggi difficile da immaginare nei tempi moderni, impossibile immaginarlo vederlo impugnare uno smartphone pur di fermare l’attimo. No, era un personaggio rigoroso e fieramente legato alla sua formazione e alla sua cultura. All’età di 93 anni ci ha lasciato, lascia un’eredità a cui sarebbe bello le scuole e gli insegnanti possano interessarsi.

Classe 1928, toscano nato a Signa, poco distante da Firenze. Nel 1955 realizzò uno tra i più importanti reportage sull’Italia meridionale del dopoguerra: ancora oggi quel lavoro è considerato fondamentale per gli addetti del settore. Entrò in Rai negli anni 60 e fu assunto come giornalista. Il direttore di allora, Enzo Biagi, lo inviò a Mosca, dove continuò a produrre metri preziosi di pellicola che sono testimonianza di un’epoca storica fondamentale.

Dopo 30 anni lascia Mosca per rientrare in Italia, dove continua il suo lavoro di giornalista in Rai fino alla pensione. Solo allora riprende a scattare e lo fa con incredibili risultati. Amava il bianco e nero in maniera incondizionata “Preferisco il bianco e nero perché negli anni Cinquanta, quando ho cominciato, il colore era una costosa curiosità. Ma anche perché noi toscani consideriamo il disegno l’etica stessa di ogni espressione figurativa”. Così rispondeva a chi gli chiedeva quando si sarebbe deciso a scattare a colori.

Le sue opere sono state esposte  dai musei di tutto il mondo: dal Museum of Modern Art di San Francisco al Guggenheim di New York, dal Fine Art Museum di Houston alla Bibliothèque nationale de France di Parigi, dalla Tate Gallery di Londra al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid.

Umberto Mancini

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