Vanitas vanitatum et omnia vanitas

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-di Giuseppe Esposito-

Oh, quel mattino di settembre! Così radioso. Così ancora vivo nel ricordo, anche se ormai lontano. Così esaltante, quasi una piccola personale apoteosi. Come una rivincita sul destino. Una smentita a quel detto latino che sembrava essersi inverato in tutte le fasi della vita: Nomen omen. Poteva esser diverso per uno che appena nato si era ritrovato a dover portare un cognome come Esposito, nella città di Napoli e ad aver radici che affondavano in una delle più miserabili zone della città. Quella dei vicoli a ridosso del Borgo di Sant’Antonio Abate, ‘o Buvero ‘e Sant’Antuono.

Eppure, a lui, partito con quell’handicap, per dirla in termini ippici, era stato concesso di approdare quella mattina di settembre nella più prestigiosa sala della grande azienda milanese. Lì il signor D, un uomo che dal nulla aveva saputo creare una delle aziende più importanti del paese, aveva convocato quella mattina lo stato maggiore aziendale, in quella sala sontuosa e, postosi alle  spalle del napoletano, aveva anche poggiato le mani sulle sue spalle  ed annunciato urbi et orbi che da quel momento, P, il nostro protagonista, sarebbe stato il suo braccio destro e che tutti sarebbero stati tenuti a prestare la più leale collaborazione per il raggiungimento degli obbiettivi aziendali che sarebbero stati fissati.

Una proclamazione inattesa e clamorosa. P era entrato in azienda da poco, assunto dall’autarca in prima persona.

P, dopo  l’annuncio girò intorno lo sguardo e vide facce su cui si leggevano i più diversi sentimenti: sorpresa, disappunto, livore ed invidia. L’aria si era fatta tesa, ma al signor D non si poteva obiettare. Era colui al cui passaggio tutti si prostravano ogni mattina e a quell’ossequio non si sottraeva nessuno, anzi erano tutti ansiosi di ricordargli che essi erano lì, presenti, a lavorare per lui. E P ebbe la sensazione di levitare, di perdere il contatto col pavimento. Si sentiva stordito e felice, incredulo quasi di essere giunto sulla sommità della piramide aziendale, appagato. Un traguardo ambito, sognato a lungo, inseguito con caparbietà, con sacrificio costante. Si sentiva come quello scalatore che, raggiunta la cima può piantare infine la sua bandiera.

Ogni asprezza, ogni sconfitta precedente, ogni dolore sembrava esser passato in secondo piano. L’appagamento del momento vinceva su tutto. Era giunto là, dove nemmeno nei suoi sogni più arditi aveva osato sperare di giungere. Invece la realtà era lì solida, davanti ed intorno a lui. Nelle facce degli astanti. Le parole del signor D le aveva ben udite ed era quella una consacrazione cui ben pochi potevano ardire. Il più diretto collaboratore del creatore di un’azienda dal fatturato di migliaia di miliardi di lire. Somme che era difficile soltanto immaginare. Stabilimenti in Italia e all’estero e migliaia di dipendenti.

Ripensò d’improvviso a suo padre, operaio nella fabbrica di Corso Malta di un’azienda ceramica che lo aveva lasciato sul lastrico all’età di 54 anni, per cui era poi risultato impossibile trovare un’altra occupazione. E ripensò alla casa di via Zara nella quale pure era stato felice nella inconsapevole infanzia e nella prima giovinezza. Ora quella casa gli appariva nella sua modestia, con le sue due stanze e cucina. Come cambia la realtà in funzione della prospettiva. Ora era arrivato al punto di non dover più lesinare sulle spese, di poter soddisfare molti dei suoi desideri trascinati appresso per una vita. Ora si sentiva arrivato.

Ma egli ignorava che gli dei, dall’alto del loro Olimpo, sono invidiosi della umana felicità e sempre cercano di rintuzzare l’orgoglio degli uomini. Le loro conquiste sono vane ed effimere: vanitas vanitatum et omnia vanitas, deve essere la loro insegna. E così disposero che quella mattina dovesse essere l’ultima nella quale ebbe occasione di vedere il suo mentore. Dopo una strana, prolungata assenza, un giorno una notizia si abbattè come un fulmine sugli uffici dell’azienda:il signor D aveva cessato di vivere. I medici, in seguito ad un malore gli avevano diagnosticato un tumore al fegato in stato così avanzato che le speranze di vita erano ridotte al lumicino. Ma il signor D non era certo il tipo di attendere che il destino si compisse. Della sua vita aveva sempre deciso lui in prima persona. Ed era avvenuto che un mattino nello studio della sua lussuosa villa sul lago di Lugano, si era puntato in testa la canna di un suo fucile da caccia e senza esitare aveva premuto il grilletto.

Quella morte tragica mise fine anche al sogno di P. Tutte le invidie ebbero libero sfogo ed e fu costretto a lasciare l’azienda al cui vertice era così rapidamente giunto. Sembrava anche quella una sorta di nemesi. Si ritrovava quasi alla stessa età di suo padre, costretto a tentare di ricominciare. Ebbe però maggior fortuna di suo padre e riuscì a rintuzzare l’assalto del destino, sebbene fosse costretto a ripartire in tono minore. Ma l’ultimo sogno che riuscì a realizzare fu quello di cominciare finalmente a scrivere. Un sogno che aveva sempre coltivato e che non aveva mai avuto il coraggio di realizzare. Per fortuna ebbe la sorte di trovare qualche lettore in più dei venticinque famosi del Manzoni.

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