Uocchie ch’arraggiunate

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Fino alla metà degli anni Settanta vi erano in Italia solo tre canali radiofonici e due canali televisivi: il canale nazionale ed il secondo canale. La RAI e quindi lo Stato deteneva il monopolio delle trasmissioni radiotelevisive ed era ancora un ottimo esempio di servizio pubblico. Essa contribuì alla lotta all’analfabetismo ed aveva una programmazione orientata ad un livello qualitativo che oggi è assolutamente impensabile, soprattutto sotto l’aspetto culturale delle sue trasmissioni. Certo vi erano anche delle pecche, ma il bilancio complessivo, soprattutto se fatto alla luce della odierna condizione, appare sicuramente positivo.

Quella programmazione aveva una sua scansione settimanale abbastanza precisa. Il lunedì sera era dedicato al cinema, mentre il sabato andavano in onda quelli che al tempo erano definiti sceneggiati; la riduzione tra il teatrale ed il cinematografico di grandi opere letterarie sia di autori italiani che stranieri.

In questo modo il pubblico televisivo, gran parte del quale non aveva mai letto, né lo avrebbe fatto in futuro le opere di Dostoevskij, di Gogol, di Bacchelli, di Manzoni, di Stevenson o di Dumas, potè conoscere quegli autori. Successivamente, in tempi più recenti il sabato fu dedicato al varietà. Si tenga poi presente che a quel tempo gli spot televisivi erano limitati al solo Carosello della durata di una quindicina di minuti, posto dopo il telegiornale e prima dell’inizio dei programmi principali delle serata. Va detto che anche quegli spot erano assai originali e divertenti, tant’è che il loro ricordo ancora aleggia nella memoria di coloro che ne furono spettatori. Infine, non mancava in quella programmazione, la prosa,  a cui era dedicata la serata del martedì. In tal modo il teatro entrò nelle case di tutti gli italiani. Alcune di quelle sere restano memorabili, anche per me, e tra esse, di sicuro, le serate dedicate al teatro di Eduardo che con le sue  commedie  ha segnato il teatro italiano.

Il ricordo di una di quelle straordinarie serate è tornato improvviso nella mia mente, suscitato, alcuni gironi or sono, dalle note di una vecchia canzone napoletana dal titolo “Uocchie ch’rraggiunate”. La commedia cui mi riferisco non è una delle più note di Eduardo,  intitolata “Gennariniello”, inclusa, a suo tempo dall’autore nella raccolta “Cantata dei giorni pari”.

Il protagonista è un uomo di una certa età che ha nei confronti della vita un atteggiamento ingenuo ed inadeguato. Si crede e si presenta come inventore, ma le sue invenzioni non hanno valore. Sul terrazzo di casa sua affaccia la finestra di una procace quanto chiacchierata dattilografa alle cui grazie Gennaro non è indifferente, quasi scordando che, per lui, gli anni sono passati. Egli intreccia di sovente con la piacente giovane donna dei lunghi conversari e durante uno di questi è spinto ad una esibizione canora. La canzone che egli intona è proprio quella che ho prima citato,  “Uocchie ch’arraggiunate”. Quella esibizione canora e più tardi addirittura un bacio dato alla sua giovane dirimpettaia scateneranno le ire della moglie, sulle cui spalle grava il peso di tutto il ménage familiare. Tuttavia ella, che in fondo  lo ama, pur nella sua inettitudine, lo difenderà poi da quanti intorno a lui, senza stimarlo, cercano di prendersene gioco.

La commedia, come tante altre di Eduardo, è in fondo piuttosto malinconica, ma la canzone intonata dal protagonista è una delle più belle della tradizione napoletana ed ha anch’essa, alle spalle una storia piuttosto interessante, che vale la pena richiamare.

La nascita della canzone risale all’irripetibile ed eccezionale periodo della Belle Epoque napoletana, a cavallo tra il XIX ed il XX secolo.

Nell’ultimo scorcio del secolo declinante, vi era, dalle parti di piazza Municipio un locale assai frequentato dai personaggi della Napoli bene, era la Birreria Monaco, che a dispetto del nome era in realtà un Caffè concerto. Il proprietario don Luigi De Santis, per contrastare la concorrenza di un altro locale sempre nella stessa zona, lo Strasburgo, aveva dovuto anche lui organizzare delle serate musicali per i clienti. Aveva posto al centro della sala un  palchetto ed ingaggiato dei musicisti e dei comici. Le serate erano annunciate con dei manifesti al modo stesso delle rappresentazioni dei teatri. L’iniziativa ebbe un successo strepitoso e la sala era gremita all’inverosimile tutte le sere.

I primi artisti ad essere ingaggiati dal De Santis furono un gruppo di posteggiatori che si facavano chiamare “’E figlie ‘e Ciro”.

A quei tempi la Galleria Umberto non era ancora stata costruita e quindi il Salone Margherita era ancora di là da venire come pure il Gambrinus.

Tra i frequentatori assidui della Birreria Monaco vi era il poeta Alfredo Falcone Fieni, autore di versi che musicati da Rodolfo Falvo erano diventati canzoni di grande successo, come “’O bene cchiù d’ ‘o bene”, “ ‘A cardenia”, “Afferrame, afferrame”, “ ‘A sfugliatella”, o “Elvira mia”. Tuttavia l’autore non era soddisfatto ed era costantemente alla ricerca di un testo che gli permettesse di entrare nell’empireo della tradizione napoletana, al modo di un Salvatore Di Giacomo, massimo esponente della poesia napoletana dell’epoca.

L’occasione che portò il giovane poeta a realizzare il suo sogno è narrata dal giornalista Adolfo Narciso nel suo volumetto intitolato “Varietà dell’Ottocento”.

Narra dunque il Narciso che la sera della vigilia di Natale del 1904, entrò, come al solito, alla Birreria Monaco il poeta Fieni con in mano un foglio su cui aveva vergato alcuni versi che andava, di continuo rileggendo, forse nella speranza di apportarvi un qualche miglioramento.

Gli astanti lo sentivano mormorare:

St’uocchie ca tiene belle

Lucente cchiù d’e stelle

So’ nire cchiù d’ ‘o nire,

so’ comme a duie suspire

….

 Nel frattempo fu la volta del musicista Falvo a fare il suo ingresso nel locale. Egli scorgendo il Fieni seduto al suo tavolino gli si fece accanto ed udì i versi che quello leggeva a voce alta. Lo ascoltò brevemente poi, sembrò preso da un raptus. Strappò il foglio dalle mani di Fieni gridando:

Dammela! … Stanotte stessa la musicherò! È bella! Superiore ad ogni aspettativa!”

La rilesse tutta ad alta voce e poi, ancora rivolto al Fieni gli disse:

Sì stato gruosso, cu stà canzona! Questa è una visione dantesca! … Si! Dantesca, perché Dante cantò per Beatrice – Lucean gli occhi suoi più che la stella – e tu hai sospirato così per Concettina”

Riprese a leggere a voce altissima, come esaltato, i versi di Fieni:

E chi ve po’ scurdà

Uocchie ch’arraggiunate

Senza parlà! Senza parlà!

A me guardate si

E stateve nu poco

Come dico ji’

Comme voglio ji’

Comme saccio ji’.

 “I tuoi versi parlano da soli. Sono già musicati. Tu hai fatto l’amore con gli occhi di Concettina … i quali più che lucenti hanno ragionato.”

Gli astanti applaudirono e si accostarono al poeta per congratularsi con lui. Intanto Falvo si era appartato a rileggere ancora i versi, ma d’improvviso si alzò ed esclamò come invasato:

Il ritornello è già pronto! Ascoltate!”

Poi accoratamente prese a cantare:

E chi ve po’ scurdà

Uocchie ch’arraggiunate

Senza parlà …

 Un fragoroso applauso scosse la sala, provenendo da tutti gli avventori in piedi.

Con quella canzone sia Fieni che Falvo avevano ipotecato la gloria futura, ma l’occasione vera si presentò poco tempo dopo.

Era stato organizzato in quei giorni, presso la Sala Concerto Eden, in via Guglielmo Sanfelice, una sorta di piccolo festival delle canzoni destinate alla Piedigrotta di quell’anno. Accadde però che tra il proprietario della sala, don Peppino Resi, e gli organizzatori della manifestazione scoppiò un diverbio grave che portò all’annullamento della manifestazione, sebbene essa fosse già stata annunciata con manifesti affissi in ogni parte della città.

A questo punto Falvo vide la sua occasione e propose al Resi di subentrare agli organizzatori estromessi. Quello, seppure titubante, accettò. Le prove furono condotte in maniera frenetica ed infine si giunse alla sera fatidica, in cui nonostante i timori di tutti si ottenne uno strepitoso successo. Il primo premio del festival andò alla canzone di Fieni e Falvo, “Uocchie ch’arraggiunate”, che era stat6a interpretata da Gennaro Pasquariello, costretto da pubblico a numerosi bis. La sera stessa, si udirono risuonare le  note ed i versi della canzone  in diverse strade di Napoli. La corsa verso il successo e la gloria era cominciata e la canzone era entrata per sempre tra quelle più celebri della tradizione napoletana.

 

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