“Paese mio”, tra ricordi e nostalgia

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-di Giuseppe Esposito-

La nostalgia, chi non la conosce? Chi non ne è preso di tanto in tanto? Ma cos’è la nostalgia? Il suo nome viene dal geco “nostos” ritorno e “algos”, dolore. Dunque letteralmente il dolore del ritorno. E si intende, nella maggior parte dei casi, il ritorno al passato.

Essa è associata alla tristezza che provoca in noi il ricordo di qualcosa che non c’è più, ma, al contempo, la si associa all’accettazione del fatto che quel passato non possa più ritornare. La nostalgia è dunque una delle emozioni e, se queste ci sono necessarie per vivere, ci si può anche chiedere a cosa serva la nostalgia.

Va certamente ricordato come essa sia stata fonte di ispirazione per artisti, scrittori, musicisti e poeti. Su cosa è basata in fondo tutta l’Odissea, se non sul desiderio di Ulisse di tornare nella sua Itaca? Quel desiderio gli dà la forza di superare tutte le difficoltà che dei, a lui, avversi frappongono ai suoi tentativi di ritorno in patria..

Per molto tempo la nostalgia è stata considerata negativamente, come un sintomo di scarsa capacità di adattarsi al presente ed alla realtà della vita.Poi, come spesso accade, un gruppo di studiosi ha condotto una serie di esperimenti che hanno portato a rivalutare quel sentimento ed hanno dimostrato che abbandonarsi ad essa può sollevare il tono dell’umore e, addirittura, migliorare la nostra autostima. Ciò mi rende particolarmente felice, poiché anch’io, che spesso sono preda di quel sentimento, pensavo che fosse, in me,  il segno di una mia condannabile inclinazione ad una forma di decadentismo, ad un romanticismo deteriore e fuori tempo, di una mi incapacità di affrontare la vita, una introversione malata, insomma.

Inoltre, cominciavo a sospettare che l’aumentata frequenza con cui tendevo a ricadere nella nostalgia potesse essere un sintomo preoccupante di senilità. Mi tornava in mente a tal proposito una vecchia canzone dal titolo “Nostalgia canaglia”, giusto per biasimare quell’attitudine a indugiarvi e deprecarne gli effetti. La canzone risale alla fine degli anni Ottanta e quindi ricade nell’armamentario dei ricordi. Ricordi degli anni in cui il Napoli vinse il primo scudetto con Maradona ed in cui sugli schermi usciva quel magnifico film di Bertolucci, “L’ultimo imperatore”, accadimenti, che ai miei occhi di oggi appaiono come favolosi ed irripetibili.

L’ultima volta che mi è capitato di sentirmi invadere l’animo dalla nostalgia risale a non molti giorni fa, quando, al sentire le note di un vecchio motivo, la scintilla del ricordo è scoccata inesorabile. La musica era quella di una canzone dal titolo “Paese mio” ed era intonata da Peppino De Filippo, nella inedita veste di cantante. Veste che in quel caso era ampiamente giustificata dall’essere, il grande attore, autore sia dei versi che della musica. La canzone parlava, ancora una volta, della nostalgia per il paese natio di chi era stato costretto a starne lontano. Cosa che potrebbe rappresentare la mia condizione attuale.

Ma il motivo per cui la scintilla dei ricordi è scoccata è legata al fatto che quella canzone mi riportava ad una delle sere di una lontana estate, credo degli anni Sessanta.

Il ritornello della canzone faceva così:

Quant’è bello stu’ cielo

Quant’è bello stu’ mare,

Tutt’ttuorno me pare

 ca è turnata ‘a giuventù.

E chest’aria ‘e ciardino

Comm’è fresca e gentile!

A guardà chistu cielo

Te siente dinto ‘e vene

‘o piacere ‘e campà!

 Versi semplici ma toccanti, musica assai piacevole, ma il motivo per cui è scoccata la scintilla dei ricordi non è questo. In quei tempi, oramai lontani, l’unica emittente televisiva era la RAI che, nella sua programmazione dedicava il martedì sera alla prosa ed, in quel tempo, dopo aver trasmesso molte delle commedie di Eduardo De Filippo, era poi passata a mettere in onda anche una serie di farse e commedie di Peppino, suo fratello.

Le note e la voce inconfondibile del grande attore mi hanno dunque riportato ad una di quelle sere in cui ci sembrava di essere stati a teatro, quel teatro che tanti di noi hanno conosciuto, per la prima volta, solo attraverso lo schermo della televisione.  Era dunque una sera di un’estate di tanti anni, fa, in cui,  i miei genitori, mia sorella ed io, seduti sulle sedie di legno addossate alle pareti della nostra camera da pranzo, seguivamo le trasmissioni della RAI. Nella stanza troneggiava uno dei  televisori del tempo dalle dimensioni generose, dal mobile di legno e che nel buio della stanza diffondeva la sua luce azzurrina. Il balcone era spalancato e dal cortile sottostante, gli altissimi eucalipti, ivi piantati profumavano l’aria. Quale fosse la commedia non ricordo, ma ricordo la sensazione struggente che quella voce e quella musica, adoprata a mo’ di sigla all’inizio ed alla fine delle commedie, suscitavano in me ancora ragazzo e quindi alieno da qualsiasi tipo di malinconia. Ricordo la casa in cui ho trascorso tutta la mia infanzia e la mia giovinezza ed a cui non posso più tornare, quella casa che lasciai solo il giorno del mio matrimonio, la cui breve durata ed il cui tragico epilogo erano già scritti nel gran libro del destino.

E, una delle sere passate, le note di quella canzone e la voce inconfondibile del grande attore mi hanno riportato a quel tempo sereno. Un tempo che oggi, dopo aver attraversato tutte le tempeste della vita mi appare come una vera età dell’oro. Per questo non so se l’affermazione degli scienziati circa l’aumento dell’autostima indotto dalla nostalgia corrisponda alla realtà. In me, sento che quella nostalgia suscita solo il rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato.

 

 

 

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