Inquietudini

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-di Giuseppe Esposito-

E infine tutti i nodi vengono al pettine nelle notti insonni di questo folle anno bisestile. Resterà agli annali questo 2020. Tra i più terribili della nostra storia. Quello in cui un virus invisibile ci ha posti dinnanzi alla nostra fragilità dimenticata. La paura batte sovente nei nostri cuori e la notte è forse il momento peggiore. Gli argini col passato crollano e fantasmi riaffiorano dal gorgo che tracima ed agitano questo mio crepuscolo incerto. Tutte le questioni irrisolte, le viltà, le indecisioni e le decisioni sbagliate.

Tutto quanto ha reso così triste quest’ultimo scorcio di vita. Ed un dolore sordo che credevo sopito risorge, improvviso da quanto resta di quei  miei vent’anni. La scoperta della passione, il sentimento d’amore, vagheggiato a lungo e poi trovato. La meraviglia della scoperta. Quella che ti prendeva quando la vedevi comparire in fondo alla via e venirti incontro e la paura, quando s’allontanava, di non più rivederla. L’ostilità in famiglia, la tua viltà che ti impediva di gridare al mondo quello che ti agitava dentro. E le sere abbracciati ed i baci. E la sua pelle morbida che fremeva alle tue carezze. E l’estasi che ti prendeva e la bufera dei sensi infiammati. Il desiderio che la sera non passasse mai e la sua troppo rapida fine. E le notti a ripensare quel volto e le sue labbra dal sapore inebriante. Era l’amore dei vent’anni? Solo questo?

E io che  credevo di aver dimenticato quella perdita, quel dolore, quel vuoto che mi sentii dentro dopo l’ultimo incontro e quell’addio sofferto, quasi non voluto e per questo più definitivo. Una vita tra l’oggi e quei giorni felici ed un velo di oblio credevo fosse calato su quelle memorie disperate. Ma esse sono di nuovo presenti ad agitare queste notti. Cinquant’anni e sono un niente. Quei giorni sono ancora dentro di me ed il desiderio si riaccende, come se fosse ieri. Possibile? Ma nulla riesce a placare il ricordo di un amore finito. Mi tornano in mente le parole che lessi un giorno, di Arthur Conan Doyle, pensate un po’ il creatore di Sherlock Holmes che mi sovviene in faccende d’amore. Eppure Conan Doyle affermò una volta che:

Di tutti i fantasmi, quelli dei nostri amori passati sono i peggiori.”

Il perché non lo so, ma so che aveva ragione. Quei fantasmi eccitano ancora i miei sensi e rendono agitate le mie notti. Seppure abbia avuto altri amori, il ricordo di lei, la prima riesce ancora a sconvolgermi. Si la parola, mi sembrava ingombrante, inadatta, ma essa fotografa davvero la mia realtà. Il ricordo di un antico amore può ancora sconvolgermi. E non è assurdo, non è impossibile esso ha covato come brace sotto la cenere. E quelle braci sono inestinguibili, sono parte di me. Che io sia malato di romanticismo?  Che io sia innamorato dell’amore come il buon Catullo? Il Catullo che si disperava dell’abbandono di Lesbia, poiché non avrebbe vissuto più accanto a lei i bei momenti di passione amorosa. Il Catullo che invidia colui che siederà poi accanto a lei.

Ille mi par esse deo videtur,

ill, si fas es, superare divos,

qui sedens adversus identidem te

spectat et audit,

 

dulce sedentem, misero quod omnes

eripit sensus mihi: nam simul te

Lesbia aspexi nihil est super mi

Vocis in ore

 

(Mi sembra essere uguale a un dio,

se è lecito, che sia superiore agli dei

quello che sedendoti di fronte, incessantemente,

ti guarda e ti ascolta

 

mentre ridi dolcemente, cosa questa che a me misero,

strappa tutte le facoltà; infatti appena che

o Lesbia ti vedo, niente a me rimane,

neppure la voce in gola.)

 

Sarà questo il motivo, per cui il tuo ricordo e quello del tuo abbandono, ancora mi accorano?

 

 

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