Il racconto della domenica: Fantasmi a Napoli

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-di Giuseppe Esposito-

Napoli è una città che non smette mai di sorprendere ed è sempre stata tale. Se si va infatti a spasso lungo la sua millenaria storia ci si imbatte in storie che, ti rendi conto, potevano accadere solo sotto questo cielo e non altrove. Solo qui infatti si trova quella incredibile miscela di paganesimo e di fede, di esoterismo e di razionalità, di passioni vissute visceralmente e la capacità di vivere in una realtà parallela, diversa da quella in cui tutte le altre città del mondo sono immerse.

La storia che vogliamo oggi raccontare si svolge nella seconda metà del XVIII secolo e riguarda l’eterno contrasto tra inquilini e padroni di casa. Tra un inquilino che aveva difficoltà a rispettare le scadenze mensili relative all’affitto di casa ed il diritto del proprietario di riscuotere quanto pattuito. Una storia banale direte voi, una storia che si può ritrovare uguale a tutte le latitudini, ma non è così. Non poteva essere così. Certo di inquilini insolventi ve n’erano in abbondanza nella Napoli settecentesca. Quella dell’epoca era una società di forti disuguaglianze, di stridenti  contrasti tra la ricchezza di pochi , aristocratici e clero e la povertà dei tanti. A ciò si sommava una carenza endemica di alloggi.  Il motivo di tale carenza è ben evidenziato dal duca di Noya nella lettera premessa alla pubblicazione della sua magnifica “Mappa topografica di Napoli”.

In essa l’autore spiegava che la città, pur sorgendo in un bellissimo sito, appare “pessimamente costrutta e senza alcuna avvertenza ampliata”; Napoli cioè era cresciuta in maniera casuale in mancanza di uno schema preciso, in assenza di quello che noi oggi chiamiamo piano regolatore. Il motivo di ciò era da ricercarsi nella enorme spinta della pressione demografica che aveva fatto sì che l’immagine di Napoli fosse quella di una città caotica. Nel corso del tempo, fatto salvo un tentativo di don Pedro de Toledo, le autorità del periodo vicereale si erano limitate a proibire l’edificazione di nuove costruzioni. Cosa questa che aveva determinato una crescita scomposta con l’edilizia che aveva avuto uno sviluppo a carattere fortemente abusivo e, quindi, estremamente disordinato.

La città era dunque connotata da una fortissima sproporzione tra il numero di abitanti e quello delle abitazioni disponibili. Condizione vieppiù aggravata dall’aggressività dell’edilizia religiosa e dall’altezza eccessiva delle case.

Si pensi che nel corso del XVIII secolo Napoli era passata dai 220.000 abitanti di inizio periodo ai più di 400.000 abitanti della fine. Le altre grandi città italiane quali Venezia, Milano e Roma avevano meno della metà della sua popolazione. Per trovare agglomerati della stessa dimensione bisognava pensare a Londra o a Parigi.

Dunque il problema abitativo era tra i più sentiti del tempo. Era inevitabile che tra gli inquilini ed i proprietari fossero frequenti le liti, anche perché la condizione reddituale della maggior parte degli abitanti era alquanto precaria, oltre che limitata.

Se andassimo a spulciare gli archivi troveremmo che, tra le carte della Vicaria, numerosissime erano le cause legate a tale problema. Tra i decreti più numerosi emessi dal tribunale vi sono i cosiddetti decreti di salvat. Essi servivano a recuperare i crediti di vario genere e molto spesso proprio quelli legati all’insolvenza degli inquilini. Ad essi si aggiungevano quelli di sfratto dei morosi, accompagnati dalle lettere esecutoriali nelle quali i creditori cercavano di rifarsi del denaro perduto chiedendo il sequestro dei beni del pigionante presenti in casa.

La storia che vogliamo raccontarvi si inserisce dunque in questo quadro sociale. Vi era, nel centro di Napoli, un certo Pasquale d’Acunzo che aveva difficoltà a pagare l’affitto della casa al proprietario signor Lorenzo Grosso; aveva accumulato nei confronti di quest’ultimo un debito di ben 27 ducati. E si pensi che all’epoca, un impiegato statale, quindi, una persona già fortunata per il fatto di poter disporre di un reddito certo, non guadagnava più di 15 ducati al mese. Orbene, il Grosso mosse causa al suo inquilino e questi scelse di farsi difendere dall’avvocato Giovanni Cinque, adducendo come motivo del mancato pagamento dell’affitto, la presenza di fantasmi, che a suo dire infestavano l’appartamento.

L’avvocato Cinque doveva essere un tipo sveglio e dall’oratoria convincente, tanto da indurre il severo giudice don Michele Vecchioni a compiere una ricognizione nella casa al centro del contendere. Ma il Vecchioni, ligio al suo dovere di giudice, fece di più, decise di trascorrere nell’appartamento del d’Acunzo un’intera notte. Naturalmente non vide alcun fantasma e condannò il d’Acunzo al pagamento delle spese processuali ed al risarcimento del Grosso.

Ma l’avvocato Cinque non si diede per vinto e obiettò che il giudice non aveva visto i fantasmi poiché quelli, spaventati dalla presenza del magistrato non si erano mostrati. Ma il Vecchioni fu irremovibile nella sua condanna del d’Acunzo. Allora questi tanto insistette col suo avvocato da spingerlo a presentare ricorso. E l’orazione preparata per il ricorso si presentò monumentale per le dimensioni e gli argomenti messi in campo. L’avvocato Cinque mise in campo le teorie di tutti i filosofi, dai più antichi ai più recenti e sostenne, infine, che chi credeva all’esistenza dei fantasmi era un filosofo, un uomo sensibile capace di comprendere la metafisica; colui che non ci credeva era, invece, nient’altro che un materialista.

Inoltre affermò che dell’esistenza degli spiriti si parlava in tutte le culture e religioni più antiche. Produsse un vero e proprio catalogo demonologico persiano per concludere infine con questa tesi: Se ad affermare che i fantasmi esistono è il popolo allora bisogna crederci, poiché, come tutti sanno vox populi, vox dei.

Come finì il ricorso il cui titolo altisonante era:

Dell’esisteza dei genj

O sieno

Spiriti

A pro’ di Pasquale d’Acunzo

Contro Giovanni Cinque

Da discutersi in R.S.C

In grado di nullità

A relazione del giudice d. Michele Vecchioni

Non sappiamo, ma una domanda si presenta prepotentemente: ma i due il d’Acunzo e l’avvocato Cinque davvero credevano alle proprie tesi oppure ci avevano provato?

 

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