Il racconto della domenica di Giuseppe Esposito: Inconsapevole addio

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Era l’estate del ’96, agosto quasi agli sgoccioli e con esso la fine della vacanze. Quel pomeriggio eravamo rientrati da Raito, dove mio figlio aveva trascorso qualche giorno a casa di un amico. Eravamo stanchi e dopo cena, si andò a latto presto. Ma, contrariamente a quanto ci fossimo attesi, non dormimmo.

Un desiderio incontenibile sorse e prese ad infiammare ogni fibra dei nostri corpi, il sangue prese a scorrere così veloce nelle nostre vene che ci ritrovammo stretti abbracciati, spinti da una improvvisa, inattesa urgenza d’amore, un bisogno, un’urgenza vibrante.

Passai le dita e poi le labbra su tutte le ferite e le umilianti mutilazioni che una medicina incapace di affrontare e curare il male, aveva lasciato sul suo giovane corpo, in quasi sette anni di lotta e di altalene tra speranza e disperazione.

L’amplesso fu dolce e violento, sublime e ingannevole. Pensammo che dopo tanto tormento la vita stesse riaffermando la sua volontà di trionfo su quell’ingiusta sofferenza e quella rinnovata speranza ci spinse a vette sublimi di piacere. Fino allo stordimento. È forse vero quel che dicevano i latini che “Deus dementat quos perdere vult”. E noi in quella folle, rinnovata speranza, fu come se fossimo stati presi in un vortice di speranze infondate.

Ma fu una notte indimenticabile ed indimenticata. Una notte che ancora oggi, dopo più di vent’anni viene a scaldare le mie notti, come se fosse stata l’unica notte d’amore nella mia vita.

Ci sembrò, insomma, un nuovo inizio e non altro che l’inizio della fine.

Il lunedì, a malincuore presi l’aereo che mi riportava a Milano. Ma era pieno di una nuova speranza. Di una serenità che non provavo da tempo. Invece d’improvviso quel settembre si volse in tragedia. Qualche giorno appena ed una telefonata mi giunse da parte del mio amico Arturo, anestesista al Pascale. Istituto benemerito ma il cui nome, al solo pronunciarlo, specie se ne sei direttamente coinvolto, fa tremare il cuore.

Arturo mi consigliava di rientrare subito. Lidia, che a lui si era rivolta per un disturbo apparentemente banale, era stata ricoverata lì ed era in attesa di essere sottoposta ad una TAC.

Il primo aereo del mattino seguente mi riportò a Napoli.

Seguirono giorni convulsi. La corsa in autoambulanza dal Pascale a Loreto Mare, dove vi era l’attrezzatura per la TAC. Lidia infilata in quel lungo tunnel che, al solo vederlo faceva avvertire una improvvisa claustrofobia. Ed i commenti carpiti agli operatori di quella macchina infernale, che, ignari della mia presenza, si scambiavano, crudi su quello che lo schermo mostrava loro:“Oh, oh, guarda ccà stu fegato …” et similia.

L’angoscia che mi stringeva il cuore e lo sforzo nella corsa di ritorno al Pascale per non lasciar trasparire il profondo sgomento che in me si agitava. Ed infine, la dimissione dal Pascale  decisa dai medici che avevano gettato la spugna. Non c’era più nulla da fare. Era solo questione di tempo. E quel tempo durò ben sette mesi durante i quali Lidia scivolava pian piano in una muta agonia. La casa era invasa da parenti e amici che sembrava venissero a fare le prove di quella veglia funebre annunciata e per la quale mancava solo di fissare la data.

Infine quel giorno maledetto in cui Lidia uscì di casa, per l’ultima volta, in una cassa di mogano.

Poi in quelle stanze vuote scese il silenzio. Quelle stanze così frequentate negli ultimi mesi e nelle quali mi ritrovai da solo coi figli ancora piccoli e che mal comprendevano quanto sarebbe stata difficile la loro vita da quel momento in poi.

Ma quell’ultima notte d’amore, quell’inconsapevole addio è rimasto come scolpito nel mio animo e torna sovente a rischiarare le mie notti. È come se, quella notte, avessimo tra noi due teso un invisibile filo che ancora ci unisce.

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