Il racconto della Domenica di Giuseppe Esposito

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Te voglio bene assaje: alle origini della canzone classica napoletana- di Giuseppe Esposito-

La lingua di Napoli, città di cui la canzone è una delle espressioni più peculiari, si può, senza alcun dubbio definire come la lingua del sentimento amoroso, del lirismo. Eppure nel suo vocabolario il verbo amare non è presente. Un napoletano non dirà mai alla sua amata io ti amo, ma si esprimerà in maniera più pregnante, più viscerale, nel modo che più si avvicina alla sua indole, dicendole “Je te voglio bene assaje”.

E può sembrare perciò, quasi inevitabile che il titolo della canzone, che è all’origine della grande stagione della canzone classica napoletana, abbia come titolo proprio quella espressione “Te voglio bene assaje

La storia della canzone è piuttosto singolare e risale agli anni 30 del XIX secolo, quando ancora Napoli era la capitale del Regno delle Due Sicilie. Per anni si è discusso perfino sull’anno in cui sarebbe stata composta e sul nome degli autori del testo e della musica.

Una delle versioni più accreditate attribuisce la paternità del testo a Raffaele Sacco. Era don Raffaele un personaggio piuttosto in vista nella Napoli degli anni Trenta, un ottico di professione, poeta e scrittore dilettante.  Fu l’inventore dell’aletoscopio, uno strumento che permetteva, secondo la sua stessa definizione lo “scovrimento di tutte le falsità che potrebbero aver luogo sovra bolli, firme, suggelli, caratteri ed altro”.  Strumento premiato con medaglia d’oro dal Real Istituto di Incoraggiamento, in occasione dell’Esposizione delle Manifatture del Regno.

Raffaele Sacco aveva la sua bottega in via Quercia, l’attuale via Domenico Capitelli. I suoi discendenti, che ancora gestiscono l’attività, fecero murare, accanto alla porta del loro negozio, negli anni Quaranta del secoloscorso una targa di marmo su cui si legge:

Questa sua onorata bottega

Raffaele Sacco

Ottico poeta

Scienziato accademico inventore

Allietò del canto

“Te voglio bene assaje

 E tu nun pienze a me”

La prima canzone

Che con le melodie di

Gaetano Donizetti

Movendo l’estro popolare

Fece della tradizionale Piedigrotta

La festa di Napoli canore

Fascinosa nel mondo.

 Nell’iscrizione è dunque riportato anche il nome del musicista che avrebbe rivestito con le sue note le parole di Sacco. Si afferma infatti che a musicare la canzone fosse stato Gaetano Donizetti. Il compositore bergamasco che fu a Napoli dal 1822, dove fu assunto dall’impresario Barbaja, per sostituire Rossini fuggito in Francia con il soprano Isabella Colbran. A Napoli Donizetti si trattenne, con qualche interruzione, fino al 1838. Ma una chiara affermazione che fosse lui l’autore della musica non vi è mai stata.

Si racconta che una volta alcuni suoi ammiratori gli avessero chiesto, con tutte le cautele del caso, se davvero fosse lui l’autore di quella musica, ma il maestro non rispose, lasciando intatto il mistero. Neppure egli fa cenno a quella canzone nelle lettere in cui descriveva agli amici il suo soggiorno all’ombra del Vesuvio. Insomma il compositore non volle mai impadronirsi di una musica non sua, ma nemmeno volle mai dissociarvisi. Per questo qualcuno ha avanzato l’ipotesi che l’autore vero di quella musica fosse Filippo Campanella, amico e complice del Sacco. Ma in fondo l’aria di mistero rende più intrigante la melodia.

Quanto all’origine del testo, si dice che esso fosse parte di una tradizione orale preesistente e che Raffaele Sacco ne avesse sentito accennare un pezzo, da un avventore,  in una trattoria della zona intorno al San Carlo, una sera in cui, all’uscita dal teatro, vi si era trattenuto a cena. Quell’avventore pare rispondesse al nome di Antonio Lazzarone, abitante dalle parti di piazza Mercato. Egli era evidentemente era del tutto ignaro delle potenzialità di quel canto. Il Sacco invece conquistato da quel ritornello semplice ma coinvolgente mise mano ad una riscrittura del testo, dandogli così la forma che ancora oggi conosciamo.

Accadde poi che, una sera, egli partecipasse ad una periodica in casa di amici. Le periodiche erano riunioni che si tenevano nei salotti della borghesia napoletana e durante quelle riunioni si esibivano cantanti e musicisti alla ricerca della notorietà. Quella sera Sacco confidò all’amico Armando di aver composto una nuova canzone e quello senza perder tempo, richiese l’attenzione degli astanti per fare il seguente annuncio: “Signore e signori, ora il mio amico Raffaele Sacco ci farà ascoltare una sua canzone appena composta.” Nel salotto si scatenarono gli applausi e Sacco non poté più tirarsi indietro. Ma da quella sera la sua canzone cominciò un cammino trionfale, in breve tempo non vi era angolo di Napoli in cui non si sentisse intonare quel ritornello. Infine nel settembre del 1835 l’autore decise di presentare la sua canzone alla Festa di Piedigrotta e fu l’inizio di un successo ancora più grande. La canzone prese ad essere cantata anche lontano da Napoli.

Il successo e la diffusione del brano raggiunse livelli tali da preoccupare pesino il Segretario di Stato di grazia e Giustizia, Francesco Saverio del Carretto, che in una lettera al prefetto di Napoli chiese di arginare la diffusione di quel canto e di proibire che lo si cantasse per strada. Pensava che se fosse stato intonato nel corso di una processione, quell’inno all’amore profano potesse offendere lo spirito cristiano. Ma fermare la diffusione della canzone era, ormai, praticamente impossibile.

A quei tempi per misurare il successo di un  brano non si potevano contare i cd o i vinili venduti, poiché questi supporti erano ancora di là da venire, ma tuttavia, un indice certo del successo era il numero di copielle vendute. Le copielle erano dei fogli su cui erano stampate le parole e la musica delle canzoni ed esse erano vendute in strada anche dai proprietari dei pianini che contribuivano a diffondere le canzoni per le strade di Napoli. In genere una canzone di successo arrivava a vendere dalle tremila alle cinquemila copie. Difficilmente si arriva alle diecimila. Il brano di Raffaele Sacco vendette la bellezza di 180.000 copie. Un avvenimento eccezionale, forse quanto l’inaugurazione della ferrovia Napoli Portici o dell’illuminazione pubblica a gas.

Fu insomma quella di Sacco l’inizio della stagione meravigliosa della canzone classica napoletana. Una stagione che è durata per circa un secolo e che si è esaurita del tutto solo nel secondo dopoguerra.

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