Il racconto della domenica di Giuseppe Esposito

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Rimembrar non è dolce -di Giuseppe Esposito-

Quanti volti, quante voci si agitano stanotte nella mia mente. Le voci si accavallano, i volti si sovrappongono, ma quanti sono. Quanti sono rimasti lungo la via mentre io avanzavo verso questo mio tempo di oggi così desolato e triste. Questa notte i richiami nella mia mente sono tanti, troppi. Ognuno sollecita la mia attenzione ed io cerco di dedicare ad ognuno qualche attimo. Tutti desiderano riaffacciarsi al mondo, alla vita, attraverso la finestra della mia memoria.

Ma la teoria di coloro che sono in attesa è lunga, la folla intorno a me è palpitante ed io non ho il coraggio di trascurarne alcuno. Sento dentro di me una immensa pietà, ma poi un pensiero giunge a rattristarmi. Quando anch’io avrò oltrepassato la gelida soglia non avrò nessuno da impetrare affinché mi lasci gettare uno sguardo sul mondo. Nessuno serberà di me un ricordo. L’ultimo amore che sembrava esser giunto a rischiarare i miei anni è crollato sotto i colpi di una realtà crudele. Ed io avverto oggi una solitudine sconosciuta finora.

Ma ecco che tra i volti comincio a riconoscerne alcuni. Ecco mio padre, anche adesso schivo com’era in vita, che aspetta quieto che io gli dedichi un po’ di questo mio strano tempo. Mio padre senza il quale ho trascorso più di metà dei miei anni e che morì una settimana prima del terremoto dell’80. Accanto ecco mia madre ed ha ancora quello sguardo attonito che le vidi quando, nel suo letto, sentiva che il suo tempo era giunto alla fine ed io non ebbi più a lungo il coraggio di guardare in fondo a quegli occhi grigi, sbarrati, e di scrutare in fondo le  sue pupille nere, in fondo alle quali forse, ricordi lontani si agitavano. Lì avrei rivisto, forse, me stesso fanciullo nella nostra casa di via Zara, alla quale i più bei ricordi son rimasti legati. E nelle orecchie ancora sento il lieve rantolo che ebbe termine poco dopo, quando fummo costretti a chiuderle gli occhi.

Ed anche Lidia si avanza ed i giorni felici della nostra casa al Vomero, prima che il male terribile la portasse via. Lidia che sembrò averci lasciati, ancor prima che il suo lieve respiro cessasse per sempre.

Ma tra la folla si avanza anche qualcuno che non credevo potesse riemergere dalle nebbie del tempo. Ecco il capitano Saccardi, fiero, orgoglioso nella sua divisa, col basco nero dell’Artiglieria, che comanda il cambio della guardia nel cortile del Quirinale, in quella limpida primavera del ’76. Ed accanto a lui, chi è quel tenentino, con la fascia azzurra, l’uniforme di marcia e la sciabola sguainata nella destra, il braccio teso nel saluto alla bandiera? Che strano sembra di riconoscere il me stesso di allora.

Ma dunque sogno oppure è realtà? Confondere in questa notte i vivi coi morti cos’è? Forse uno scherzo della mia mente troppo infiammata dalla cascata dei ricordi. E quei due giovani seduti al tavolo di  un bistrot di Compiègne che sorseggiano un gin tonic? Non siamo io ed il mio amico d’un tempo, Antonio? Era quello un viaggio alla Verrerie de Chantereine, al tempo in cui lavoravamo entrambi in Saint Gobain, nell’Alta Francia.

Ora comincio a confondere i ricordi e prepotente si avanza la figura di mia nonna. Autoritaria ancora come quando viveva, ha per me un rimprovero: “Neh, guagliò, ma pecché pierde ‘o tiempe cu ‘e vive? A nuie, a nuie ca simme muorte nun ce dai aurienzia? Che scustumato! Ma già che te vuò aspettà da uno ca so’ anne ca nun mette pede ‘o campusante. E dicere ca t’avimme vuluto bene io e ‘o nonno. Ma chella aveva ragione, mamma mia, quanno diceva che a jennere e nepute, chello ca fia tutto è perduto.”

Eppure il fatto che la sua memoria affiori così vivida, dopo tanti anni vorrà forse significare che anch’io le ho voluto bene. Poi d’improvviso uno strano silenzio, o forse sono io che non ascolto più il brusio degli altri, e vedo avanzare Assunta, i lunghi capelli neri sciolti sulla spalle, il passo danzante di quando la vedevo arrivare da lontano ai nostri appuntamenti e, sulle labbra, il sorriso tenero ed un po’ ironico che riservava solo a me.

Ma da quel tempo felice ecco riemergere i compagni del cortile di via Zara, Carlo, Pino, Antonio e tanti altri con cui organizzavamo interminabili partite di pallone oppure uno dei semplici giochi di allora, sconosciuti ai ragazzi d’oggi.

Di nuovo mi chiedo se questo è un sogno o è realtà. Infine mi dico che il confine tra le due cose è così labile, così sottile che tra l’uno e l’altra non vi è più alcuna differenza. E la memoria non è un dono ma una sorta di condanna che ti fa rivedere i giorni felici in questo tempo così misero. Cosa che già il padre Dante aveva così ben sintetizzato: “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria.”

E la miseria di questi tempi d’oggi se non è miseria materiale e certamente miseria spirituale; miseria delle nostre anime spaventate da qualcosa di inatteso, terribile  ed inspiegabile. E poi a noi giunti ad una età non più verde, non resta che concordare col vecchio Terenzio, secondo il quale: Senectus ipsa malus. Oppure, tanto per rimanere in tempi a noi più vicini, ricordare quanto affermava Tolstoj: La vecchiaia è la più inattesa tra tutte le cose che possono capitare ad un uomo.

Quasi come una malattia alla quale non siamo mai preparati e che ci coglie all’improvviso. Un giorno ti svegli e ti accorgi che il tuo tempo sta per scadere. Ed allora ecco che la tua mente prende ad elaborare strani sogni oppure davvero qualcuno, dall’altra parte della soglia estrema, torna ad affacciarsi sulla tua anima.

 

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